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Mc 11, 1-10

«Quando furono vicini a Gerusalemme, verso Bètfage e Betània, presso il monte degli Ulivi, mandò due dei suoi discepoli 2e disse loro: “Andate nel villaggio di fronte a voi e subito, entrando in esso, troverete un puledro legato, sul quale nessuno è ancora salito. Slegatelo e portatelo qui.

 3E se qualcuno vi dirà: “Perché fate questo?”, rispondete: “Il Signore ne ha bisogno, ma lo rimanderà qui subito”. 4Andarono e trovarono un puledro legato vicino a una porta, fuori sulla strada, e lo slegarono. 5Alcuni dei presenti dissero loro: “Perché slegate questo puledro?”. 6Ed essi risposero loro come aveva detto Gesù. E li lasciarono fare. 7Portarono il puledro da Gesù, vi gettarono sopra i loro mantelli ed egli vi salì sopra. 8Molti stendevano i propri mantelli sulla strada, altri invece delle fronde, tagliate nei campi. 9Quelli che precedevano e quelli che seguivano, gridavano:

“Osanna!
Benedetto colui che viene nel nome del Signore!
10Benedetto il Regno che viene, del nostro padre Davide!
Osanna nel più alto dei cieli!”».

Con questo brano comincia per Gesù l’ultima sua settimana di vita. A Gerusalemme rimarrà cinque giorni. Al ‘sesto giorno’ lo uccideranno. Al settimo conoscerà il sepolcro. Risorgerà all’ottavo giorno. Si tratta della narrazione di una ‘nuova creazione’. Se al sesto giorno della creazione fu creato l’uomo (cfr. Gn 1, 26), in questo sesto giorno viene ri-creato.

Qual è il principio della ri-creazione? Cos’è che permette all’uomo di rinascere a vita nuova? Seguendo la logica dell’asino, e dismettendo quella del cavallo.

Gesù vincerà la morte in quanto ‘asino’, ossia attraverso una vita all’insegna della mansuetudine, del servizio, condividendo i pesi altrui (cfr. Gal 6, 2) e una spiccata capacità di ascolto (le orecchie molto grandi dell’asino). Il cavallo è, di contro, l’animale di chi esercita il potere facendo uso della forza e della violenza.

Laddove vi è capacità di servire, si realizzerà il Regno di Dio: «Benedetto il Regno che viene» (v. 10). Per questo occorre ‘slegare’ dentro di noi l’asinello (v. 2), ossia la nostra capacità di amare e di servire, e questo è un ‘peccato’. Gesù è venuto proprio a tentare di sciogliere in noi questa capacità di prenderci cura dell’altro, di giocarci la vita in una modalità non mondana.

E di far questo “il Signore ne ha bisogno” (v. 3). Egli ha bisogno del mio bene, ossia che si sciolga in me l’egoismo che mi blocca la vita, per poi diffondere la luce che ne scaturisce, nel mondo circostante, facendo così arretrare la tenebra del male. E stiamone pur certi: questo asinello il Signore ce lo rimanderà indietro subito (v. 3): l’amore che doniamo agli altri ci tornerà sempre indietro e in maniera sovrabbondante.

Il problema di fondo, è che noi amiamo il potere e la forza. Per questo preferiamo salire sul cavallo del vincitore di turno. All’asino mansueto, preferiamo la violenza dei potenti.

Siamo chiamati a realizzarci attraverso la via del bene e del dono, ma continuiamo a strizzare l’occhio al mondo, con la sua logica apparentemente vittoriosa, fondata sul potere, l’avere e il successo. Ma se incrociamo un asino col cavallo rischiamo di stare al mondo come il mulo, stupido e soprattutto sterile.

Gesù entrò nella sua settimana di ‘compimento’ avendo come trono un asino, e la terminò su di un altro trono, la croce: segno dell’amore che va fino alla fine. E ora molta gente urla: “Osanna” che significa “Dio salva”. Sì Dio salva così, con l’amore che non demorde, rinnegando il proprio io a favore dell’altro. E grida ancora: «Benedetto colui che viene…». Sì, perché Dio non può venire che in questa maniera, perché venisse in altro modo, magari con potenza e violenza, cesserebbe d’essere Dio essendo soltanto uomo.