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At 3, 13-15.17-19

1Gv 2, 1-5a

Lc 24, 35-48

«Ed essi [i discepoli di Emmaus] narravano ciò che era accaduto lungo la via e come l'avevano riconosciuto nello spezzare il pane.

36Mentre essi parlavano di queste cose, Gesù in persona stette in mezzo a loro e disse: “Pace a voi!”. 37Sconvolti e pieni di paura, credevano di vedere un fantasma. 38Ma egli disse loro: “Perché siete turbati, e perché sorgono dubbi nel vostro cuore? 39Guardate le mie mani e i miei piedi: sono proprio io! Toccatemi e guardate; un fantasma non ha carne e ossa, come vedete che io ho”. 40Dicendo questo, mostrò loro le mani e i piedi. 41Ma poiché per la gioia non credevano ancora ed erano pieni di stupore, disse: “Avete qui qualche cosa da mangiare?”. 42Gli offrirono una porzione di pesce arrostito; 43egli lo prese e lo mangiò davanti a loro.44Poi disse: “Sono queste le parole che io vi dissi quando ero ancora con voi: bisogna che si compiano tutte le cose scritte su di me nella legge di Mosè, nei Profeti e nei Salmi”. 45Allora aprì loro la mente per comprendere le Scritture  46e disse loro: “Così sta scritto: il Cristo patirà e risorgerà dai morti il terzo giorno, 47e nel suo nome saranno predicati a tutti i popoli la conversione e il perdono dei peccati, cominciando da Gerusalemme. 48Di questo voi siete testimoni”».

Non cristiani non crediamo che ‘il crocifisso è risorto’ ma che ‘il risorto è il crocifisso’. Questa è la nostra fede. Dicendo il contrario – ossia che ‘il crocifisso è risorto’ – si affermerebbe semplicemente la rianimazione di un cadavere, come avvenne per Lazzaro (cfr. Gv 11, 43), per la figlia di Giairo (cfr. Mc 5, 41) e il figlio della vedova di Nain (cfr. Lc 7, 14s.).

Credere che il risorto è il crocifisso, significa credere che laddove l’amore saprà andare fino alla fine, la morte non potrà nulla sulla vita e questa durerà per sempre. Ecco perché le ferite del Risorto sono così importanti, per non dimenticare che sono proprio le ferite, segno delle conseguenze dell’amore, ad essere motivo di risurrezione. È per questo che le ferite provocate dall’aver amato rimarranno indelebili per l’eternità: «Con i segni della passione vive immortale», recita il prefazio di Pasqua. Dureremo per sempre a patto che la nostra persona sia segnata dalle ferite provocateci dall’amore.

«E se gli si dirà: “Perché quelle piaghe in mezzo alle tue mani?”, egli risponderà: “Queste le ho ricevute in casa dei miei amici”» (Zc 6, 13).

Facciamo dunque tesoro delle ferite che lungo la nostra vita ci hanno segnato. Non gettiamole nel buio del nostro inconscio. Avvolgiamole nell’amore perché possano diventare materiale di risurrezione. Le ferite nella nostra carne ci rimanderanno forse agli schiaffi ricevuti da bambini, ai duri interventi di nostro padre. Le ferite ai nostri piedi potranno farci memoria delle persone che ci hanno trattato come pezze da piedi, memoria di offese e abusi subiti, del dolore che nessuno in quel momento fosse dalla nostra parte; le ferite del nostro costato ci riporteranno a quanto abbiamo sofferto per un amore poi fallito o tradito e di quanto si è patito per essere stati abbandonati.

Il Vangelo ci dice oggi che tutto questo materiale di scarto è ora possibile che divenga la pietra angolare (cfr. Mt 21, 42), fondamento, possibilità di fare esperienza del Risorto, in quanto egli fa dei miei limiti luogo di comunione e di risurrezione, come ogni ferita per un ostrica è possibilità della nascita di una perla preziosa.