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At 10, 25-26.34-35.44-48

1Gv 4, 7-10

Gv 15, 9-17

«Come il Padre ha amato me, anche io ho amato voi. Rimanete nel mio amore. 10Se osserverete i miei comandamenti, rimarrete nel mio amore, come io ho osservato i comandamenti del Padre mio e rimango nel suo amore. 

11Vi ho detto queste cose perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena.12Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri come io ho amato voi. 13Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la sua vita per i propri amici. 14Voi siete miei amici, se fate ciò che io vi comando. 15Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone; ma vi ho chiamato amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre mio l'ho fatto conoscere a voi. 16Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga; perché tutto quello che chiederete al Padre nel mio nome, ve lo conceda. 17Questo vi comando: che vi amiate gli uni gli altri».

«Vi ho detto queste cose perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena».

Gioia è la parola più “alta” del nostro vocabolario esistenziale. Più alta forse anche della parola amore (si può amare senza gioia) e certamente del termine ‘piacere’.

Ma cos’è la gioia? Può essere il prodotto di una relazione? In questo caso la gioia cesserebbe con la rottura della relazione stessa. Può essere conseguente alla fruizione di un bene? In questo caso cesserebbe con la scomparsa dell’oggetto desiderato.  

Gesù ci dice che deve esistere una gioia non conseguente ad una relazione o al possesso di un bene. Deve esistere una gioia in grado di rimanere anche quando tutto intorno crolla, quando un amore non viene corrisposto, quando un atto di bene non conosce gratitudine.

La vera gioia, la ‘perfetta letizia’ per dirla con Francesco, è sempre questione di cuore, di ‘partecipazione’ ad un principio fondante, un abbeverarsi ad una fonte di luce.

Gesù ci ricorda che se partecipiamo della vita stessa di Dio, se facciamo esperienza dell’Amore che ci abita, se ci illuminiamo della luce che ci portiamo dentro, diventeremo luminosi, ‘diverremo gioiosi’, e nessuna situazione, nessuna persona, nessun evento potrà mai toglierci quella gioia che è divenuta cifra della nostra stessa vita: «nessuno vi potrà togliere la vostra gioia» ripete Gesù ai suoi (Gv 16, 23).

La gioia perfetta, non risiederà mai nella positività della vita. Non deriva dal costatare che le cose vanno bene, ma nella negatività ‘assunta’ con amore, abbracciata da una vita trasformata. Risiede nell’accogliere con gioia le avversità, e ogni tipo di violenza capace di distruggere le proprie convinzioni, le proprie idee, la propria presunzione.

La gioia perfetta deriva dalla partecipazione ad un amore così intenso che non solo sopporta, ma ama e abbraccia serenamente la stessa negatività.

Paolo qualcosa del genere l’aveva intuito quando scrive ai cristiani di Roma: «Chi ci separerà dall'amore di Cristo? Forse la tribolazione, l'angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, il pericolo, la spada? 37Ma in tutte queste cose noi siamo più che vincitori grazie a colui che ci ha amati. 38Io sono infatti persuaso che né morte né vita, né angeli né principati, né presente né avvenire, né potenze, 39né altezza né profondità, né alcun'altra creatura potrà mai separarci dall'amore di Dio, che è in Cristo Gesù, nostro Signore» (Rm 8, 35.37-39).