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At 1, 1-11

Ef 4, 1-13

Mc 16, 15-20

«E [Gesù] disse loro: “Andate in tutto il mondo e proclamate il Vangelo a ogni creatura. 16Chi crederà e sarà battezzato sarà salvato, ma chi non crederà sarà condannato. 17Questi saranno i segni che accompagneranno quelli che credono: nel mio nome scacceranno demòni, parleranno lingue nuove, 18prenderanno in mano serpenti e, se berranno qualche veleno, non recherà loro danno; imporranno le mani ai malati e questi guariranno”.

19Il Signore Gesù, dopo aver parlato con loro, fu elevato in cielo e sedette alla destra di Dio. 20Allora essi partirono e predicarono dappertutto, mentre il Signore agiva insieme con loro e confermava la Parola con i segni che la accompagnavano».

I Greci credevano che l’eroe solare Eracle fosse stato rapito in cielo; Roma che Romolo vi fosse salito da sé. Le antiche civiltà insegnavano coi loro miti, che mediante azioni eroiche gli esseri umani fossero in grado di innalzarsi alla grandezza degli dei.

Gesù è l’anti-eroe che è venuto a scongiurarci di smettere di scalare il mondo di Dio con sforzi titanici, e al contempo di invitarci a considerare la nostra vita a misura umana. È infatti nella piccolezza della nostra esistenza terrena che vive un pezzo di eternità divina. Dopo la bella notizia del Vangelo, ciascuno di noi ha il diritto e la possibilità di attribuire a se stesso e agli occhi di Dio, un valore infinito e di pensarsi con sufficiente fiducia.

Il problema è che a tutto ciò non crediamo fino in fondo. Ogni volta l’angoscia s’affaccia nella nostra vita, è come dovessimo spingerci ‘più in alto’. Come avessimo un innato bisogno di diventare ‘grandi’, di alzarci in volo al fine di bilanciare i nostri sensi d’inferiorità. Ma Gesù è lì a ripeterci: «chi di voi, per quanto si preoccupi, può allungare (ed alzare) anche di poco la propria vita?» (Mt 6, 27).

Tutta la preoccupazione, il darsi da fare, l’affannarsi per ‘crescere un po’’, per rendersi un po’ più grandi e importanti, a cosa serve? Dove porta?

Più hai paura di precipitare nel tuo abisso più inneschi strategie di grandezza.

Gesù è venuto a tirarci giù, a farci tornare coi piedi sulla terra, sussurrandoci che siamo già grandi abbastanza, valiamo già molto e andiamo benissimo così. L’ascensione al cielo è quella di Gesù, ed è lì a ricordarci che grazie a lui possiamo cessare di dare l’assalto al cielo per acquisire valore e dignità come persone umane. Perché questo valore, questa dignità noi l’abbiamo già in quanto figli amati. In Gesù viveva questa fiducia benevola che noi possiamo sentirci in cielo su questa terra. Che la felicità è già alla nostra portata, in quanto dentro di noi, e che perciò non deve più essere conquistata ma solo riscoperta e fatta maturare. Che non dobbiamo più adattarci alle circostanze per prevenire l’infelicità o per evitare il disonore. Che non siamo più soggetti alle cose e agli altri per assaporare il diritto all’esistenza.

Gesù ci ricorda che una vita in balìa dell’ambiente, il dovere di adeguarvisi e di corrispondere alle attese di tutti, si chiama possessione demoniaca, concetto che per la moderna psicanalisi prende il nome di angoscia: «distruzione progressiva dell’io nel folle sforzo di poter raggiungere in questo modo la propria felicità; un defatigante girare in tondo senza concludere nulla, senza direzione, senza stabilità» (Eugen Drewermann).

L’ascensione è certezza di una verità già data: io sono in Dio, nella luce, nell’Energia che tutto crea e ricrea, abito là ed è solo là la mia vita e la mia sicurezza. Se credo a questo, non avrò più necessità d’essere angosciato nel trovare casa ‘altrove’, con la serena certezza che le situazioni, anche drammatiche non avranno l’ultima parola su di me.