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Ger 23, 1-6

Ef 2, 13-18

Mc 6, 30-34

«Gli apostoli si riunirono attorno a Gesù e gli riferirono tutto quello che avevano fatto e quello che avevano insegnato. 31Ed egli disse loro: «Venite in disparte, voi soli, in un luogo deserto, e riposatevi un po'».

Erano infatti molti quelli che andavano e venivano e non avevano neanche il tempo di mangiare. 32Allora andarono con la barca verso un luogo deserto, in disparte. 33Molti però li videro partire e capirono, e da tutte le città accorsero là a piedi e li precedettero. 34Sceso dalla barca, egli vide una grande folla, ebbe compassione di loro, perché erano come pecore che non hanno pastore, e si mise a insegnare loro molte cose». 

Gli apostoli vanno da Gesù e si confrontano con lui su ciò che hanno detto e fatto (v. 30). Gesù è il termine di paragone delle loro parole e del loro operato.

Nel libro dell’Esodo, Dio si rivolge a Mosè in questo modo: «Guarda ed esegui secondo il modello che ti è stato mostrato sul monte» (Es 25, 40). Leggendo in chiave evangelica il nostro brano, esiste un altro monte – il Golgota – su cui è mostrato il ‘modello’ da contemplare per l’edificazione di ogni nostra opera nel mondo: la croce di Cristo.

Il modello cui rifarsi, e grazie al quale ogni costruzione cresce ben ordinata (cfr. Ef 2, 21), è l’amore che va fino alla fine, il dono di sé all’altro. Se le nostre parole, il nostro fare, le nostre opere, non hanno come modello, come ‘progetto’ di riferimento l’amore, tutto è destinato a crollare

«Chiunque ascolta queste mie parole e non le mette in pratica, sarà simile a un uomo stolto, che ha costruito la sua casa sulla sabbia.27Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ed essa cadde e la sua rovina fu grande» (Mt 7, 26s.).

Dopo questo incontro, Gesù invita i suoi ad «andare in disparte per riposarsi un po’» (v. 31). Non si tratta tanto di un riposo fisico, quanto di un ‘riposo del cuore’. L’uomo ha necessità di trovare l‘ubi consistam’, un luogo dove trovare finalmente senso, fare esperienza della propria vera identità. Un posto dove sentirsi finalmente a casa, e potersi chiedere, col poeta inglese Thomas Eliot: «Dov’è la vita che abbiamo perduto vivendo?».

Il Vangelo di oggi identifica questo luogo, non tanto con un luogo fisico, quanto con uno stile di vita. L’episodio raccontato da Marco è posto tra due banchetti, quello consumato nel palazzo di Erode sul Macheronte, raccontato nei versetti immediatamente precedenti (vv. 21-29), e quello che verrà raccontato nei versetti successivi, la ‘moltiplicazione dei pani’ (vv. 35ss.).

Gesù invita i suoi a compiere un passaggio di mentalità e quindi di comportamento. Uscire da uno stile di vita fondato sul potere, l’avere, il dominio e la violenza – proprio di Erode – che indìce pranzi dove l’unica portata è data dalla testa decapitata del Battista. Chi si gioca la vita sul proprio ego, può solo nutrirsi di cadaveri e dispensare morte.

Ma poi c’è un altro modo di concepire la vita, quella che condivide ciò che si possiede, e si «fa pane alla fame degli altri» (David Maria Turoldo), rappresentato dal banchetto della moltiplicazione dei pani e dei pesci.

Dunque l’unico luogo di vita, di pace, dove il cuore può finalmente riposare, consiste nel vivere in un certo modo. Sarà sempre l’altro il riposo del mio cuore, il segreto del senso e della felicità, la mia ultima – e unica – terra promessa.