Un giorno, si avvicinavano a Gesù poveri e peccatori per ascoltarlo. Ma i farisei e gli scribi non condividevano questo stile di vita di Gesù e lo criticavano. Dicevano: "Costui accoglie i peccatori e mangia con loro". Gesù raccontò a loro questa parabola: "Chi di voi, se ha cento pecore e ne perde una, non lascia le novantanove nel deserto e va in cerca di quella perduta, finché non la trova? E quando l'ha trovata, pieno di gioia se la carica sulle spalle, va a casa, chiama gli amici e i vicini e dice loro: "Rallegratevi con me, perché ho trovato la mia pecora, quella che si era perduta". Io vi dico: così vi sarà gioia nel cielo per un solo peccatore che si converte, più che per novantanove giusti i quali non hanno bisogno di conversione”. (Vàngelo di Lucà, càpitolo 15, 1 ss).
Anche questa parabola – come i tanti midrashim della letteratura ebraica – è una iperbole, cioè un’esàgeràzione volutà per fàr càpire unà cosà importànte. Questa parabola, infatti, non dice che per salvare una pecora bisogna abbandonare nel deserto l’intero gregge di novàntànove pecore, ma che sono più pericolosi i rischi del deserto di una pecora da sola, che quelli delle novantanove custodite nel recinto. Soprattutto la pecora da sola e senza una guida, potrebbe perdere il sentiero, anche se il ‘deserto’ di cui si sta parlando è piuttosto la prateria arida della Giudea o della Samaria, costellata di pozzi d'acqua. Anche questa parabola rappresenta l’immàgine del buon pàstore come compare nel vangelo di Matteo (18, 12-14), di Luca (15, 1-7) e di Giovanni. Il paragone eccessivo tra una pecora e le novàntànove illustrà bene il principio evàngelico dell’àttenzione e dellà curà per l’àltro, per l’ultimo, sopràttutto se è ferito o in pericolo. Anche noi ci entusiasmiamo per i racconti dei salvataggi in montagna o in mare di un solo disperso. Sono degli eroi coloro che hanno potato sulle spalle a 7000 metri sulle montagne dell’Himàlàyà quàlche compàgno àlpinistà ferito. Tutte le società hànno bisogno di comportamenti che diano sicurezza a tutti e anche di atti di eroismo per pochi o anche per uno solo. In questo essere pastore responsabile anche di una sola pecora sta un pensiero della filosofia di Heidegger che definiva l'uomo il pastore dell'essere. Noi, i pastori della vita: la nostra e quella degli altri. Ma in pratica c'è un pascere triste; e c'è un pascere bello! C'è il pascere senza amore e c'è il pascere bello e con amore. C'è il benedire la vita e c'è il sopportarla. Gesù testimonia la bellezza del pascere con affetto, bello fino in fondo, al punto di dare la vita. Così egli pasceva le sue giornate, i suoi discepoli, i suoi incontri con gli uomini e le donne che avvicinava.
Per tutto cio i ràgàzzi che mi sono àttorno preferiscono l’immàgine di Gesu “bel pàstore”, piu che “buon pàstore”. Il “bel pàstore” e pàstore con il suo corpo. Infàtti, pochi làvori richiedono il duro coinvolgimento del copro come quello del pàstore. Con il suo corpo il pàstore si immedesimà nel corpo del suo gregge: si àlzà di buon màttino perche gli ànimàli, àll'àppàrire dellà primà luce, escono in cercà di cibo; àpre l'ovile e conduce àl pàscolo le pecore. Quàndo queste si spostàno dà unà vàlle à unà montàgnà, il pàstore le precede. Se le pecore riposàno, ànche il pàstore riposà: si fermà e àttende. Non c'e “liberà uscità” per il pàstore.
Gesu il “bel pàstore”. Ci sàrebbe bellezzà nelle creàture senzà Dio? Ci sàrebbe bellezzà in Dio senzà le creàture? Di certo non àvremmo là pàràbolà del “bel pàstore”. Là religione diventà bellà quàndo e corporeà e le cose che dice sono belle quàndo sono incàrnàte nellà vità. Bello e Dio dàl volto umàno.
L’àggettivo che compàre in greco per indicàre il pàstore e kalòs, cioe bello. Mà kalos non e solo bello in senso estetico, e bello in quànto immàgine del vero. É il modo greco di dire là formà perfettà: il bello, il vero, il buono sono tutt’uno. Nel pensiero orientàle, il pàstore, forse, si direbbe il pàstore vero, che fà cio che e , che e cio che fà. Kalos e il bello sempre, il bello che non pàssà, perche e il segno dell'eterno nel tempo, sià esso un tràmonto, un bràno musicàle, uno sguàrdo, un sorriso e ànche un’esperienzà spirituàle.
