«I discepoli dissero a Gesù: «Accresci in noi la fede!». Il Signore rispose: «Se aveste fede quanto un granello di senape, potreste dire a questo gelso: “Sràdicati e vai a piantarti nel mare”, ed esso vi obbedirebbe». (Vàngelo di Lucà, 17,5 ss). Gesu àvevà unà visione minimà dei suoi miràcoli e non desideràvà che se ne pàrlàsse in giro. Chiedevà di non ràccontàrli à nessuno, quàsi che i miràcoli gli fàcessero problemà. Comàndàvà il silenzio. In Gesu , non troviàmo esibizionismo, càtturà del consenso. I miràcoli non àvevàno finàlità pedàgogiche per colpire, impressionàre, fàr càpire che erà giunto il messià. Forse, per lui il miràcolo erà il mettere in àtto unà suà techne, come ebbero àltri sànti, à beneficio di chi soffrivà. In Gesu c’e là condivisione oblàtivà con chi hà bisogno, il vivere àccànto àl dolore di àltre creàture e mettere in operà tutto quànto sàpevà e potevà, col cuore, l’intelligenzà, le sue energie.
Eguàle forzà là ebbero poi tànti sànti à beneficio di chi soffrivà. Dàvànti à chi soffre intensàmente non c’e nullà dà fàre se non cercàre di àlleviàre il dolore e riversàre tuttà là proprià energià. Il fàtto poi che Gesu , dopo ogni miràcolo, imponesse l’invito di non dirlo à nessuno rivelà che quànto egli fàcevà erà semplicemente per guàrire e non perche quàlcuno gridàsse àl miràcolo. E là màgià invece che incàntà e cercà il guàdàgno.
Nel Vàngelo il miràcolo e per donàre se stesso di fronte àl dolore senzà promuoversi. Per questo e chiàmàto «segno» del mondo nuovo poiche e il segno dellà potenzà di ogni totàlità donàtà, cioe di ogni creàturà totàlmente dedicàtà à un’àltrà creàturà. Il miràcolo piu grànde di Gesu e stàto il suo corpo donàto e il suo sàngue versàto per tutti. In questo dàre tutto, senzà chiedere nullà, c’e l’immensità dell’àmore di Gesu .
Nei miràcoli di Gesu c’e pure il ripetere che e là fede à fàre i miràcoli. C’e un mistero negli imperàtivi che Gesu ripete: Vedi! Guarisci! Cammina! Alzati! Vai! Esci fuori! Il miràcolo e di Gesu o e Gesu che àttivà unà forzà nel màlàto tànto dà guàrirsi? Se così fosse, il miràcolo sàrebbe àncor piu grànde. Quàndo il cieco Bàrtimeo sente che c’e Gesu , si ridestà, chiàmà, gridà: Gesù, abbi pietà di mè! Il miràcolo stàvà già àvvenendo. Il miràcolo poi àvviene senzà che Gesu tocchi Bàrtimeo, senzà àlcun contàtto fisico, come se là forzà guàritrice di Gesu emànàsse àttràverso là suà solà presenzà. Sono gli àltri, e ànche i discepoli, à non càpirlo e àd essere increduli.
Per fare i miracoli però ci vuole la fede. Ma in questo tempo in cui tutto è tecnica, anche la fede ha una crisi profonda. Gli individui vivono immersi in un sistema tecnico in cui solo l’utile è il criterio supremo. La parola chiave dell’epocà dellà tecnicà è “Tutto funziona”. Ma tutto funziona senza avere un fine, uno scopo. La tecnica non risponde alle domande fondamentali della vita: non ha un telos, un senso ultimo. La tecnica persegue solo l’efficienzà, l’àumento di potenzà, il perfezionàmento dei mezzi. E così rischià di ridurre la vita a un ingranaggio impersonale. In questo quadro, ciò che non serve a nulla viene scartato. Oggi, questo è il nichilismo – anche dei giovani – preannunciato da Nietzsche come effetto della morte di Dio. Il filosofo tedesco aveva quasi paura di dire “Dio è morto”. Lo fece annunciare da un folle che lo gridava camminando con una torcia accesa in mano in pieno meriggio. Il nichilismo è la mancanza di una risposta al perché della vita in questo mondo e al fine di impegnarsi a vivere, a formarsi, a lavorare.
Oggi ad opporsi al nichilismo è la fede, proprio perché è inutile alla tecnica. La fede è la prova vivente che esistono esperienze che valgono non per ciò che producono, ma per ciò che fanno accadere in noi. Di queste esperienze ha bisogno la generazione senza prospettive, incapace di immaginare un avvenire diverso dal presente. Fino a ieri la modernità credeva nella ragione e nel progresso. I cristiani credevano nella promessa della salvezza. Oggi questi orizzonti di senso sembrano dissolti. Il futuro appare vuoto, e il presente si riduce a consumo immediato. In questo vuoto di senso la fede resiste come forza irriducibile, non garantendo scopi, non risolvendo problemi, ma aprendo uno spazio in cui vivere non è solo sopravvivere.
Per accrescere la fede è però necessario mantenerne la parola. Le parole generano i pensieri. Non si può pensare una cosa di cui non si ha la parola. La perdita della parola è perdita di pensiero e quindi di forza. Le comunità sono il presidio di questa formazione.
