Gesù stava attraversando la Samaria e poi la Galilea per andare a Gerusalemme. Entrando in un villaggio si avvicinarono a Gesù dieci malati di lebbra. Quando furono davanti a Gesù gli dissero: «Maestro, guariscici. Abbiamo iducia in te». Gesù li guardò con amore e mise la sua mano sulla loro testa. Poi disse: «Adesso andate al Tempio di Gerusalemme e presentatevi ai sacerdoti». I dieci malati si misero in cammino verso Gerusalemme: E, mentre erano in cammino, improvvisamente, si videro tutti guariti. Nove di essi continuarono il cammino e si dimenticarono di Gesù che li aveva guariti. Ma uno di loro vedendosi guarito ritornò indietro per ringraziare Gesù. Era un samaritano. (…) Gesù commentò: “E gli altri nove dove sono? Non si è trovato nessuno che tornasse indietro a rendere gloria a Dio, all'infuori di questo straniero?”. (Vangelo di Luca, 17, 11-19).
Un maestro di geograia avrebbe fatto osservare a Luca che per andare a Gerusalemme, si passa prima attraverso la Galilea e poi per la Samaria. EÈ una piccola confusione in questa storia che parla della bellezza della riconoscenza, del dire “grazie”. Qui l’interesse di Gesù (secondo il pensiero di Luca) è tracciare il proilo di uno straniero, l’unico riconoscente che dice “grazie”. In realtà, è come se Gesù avesse voluto dimostrare che quella grande separazione tra Giudei e Samaritani era del tutto infondata. Infatti, dopo il 715 a.C. (quando il re di Ninive conquistò la Samaria) successivi incroci mescolarono tutti gli indicatori etnici e scomparvero i Samaritani puri. E dopo l’esilio di Babilonia e le conquista di Alessandro scomparvero anche i Giudei puri.
Tra i dieci lebbrosi guariti da Gesù c’erano giudei e samaritani. Tutti un pò meticci e tutti malati della stessa “malattia vergognosa” della lebbra, che, come tutte le malattie contagiose, ignora i conini amministrativi e le barriere religiose. L’unico guarito riconoscente fu un samaritano, uno straniero. Per lo scrittore Camus, lo Straniero è uno che non condivide la cultura dominante e gli stili di vita di tutti. Il samaritano guarito era uno contro gli altri nove. Era la minoranza. Oggi egli avrebbe alcuni diritti e garanzie a ragione di una forma di discriminazione positiva e di una protezione giuridica.
Gli ultimi sopravvissuti dei Samaritani sono oggi riammessi all'interno del giudaismo, ma vivono ormai tra altri "stranieri", i palestinesi musulmani di Nablus città di Samaria. Continua l'incrocio delle razze e delle identità in Cisgiordania, ove dei coloni israeliani arrivati dall'Europa centrale sono degli “stranieri” per la cultura della regione e dei patrioti agli occhi di Israele.
Quanto è avvenuto ino ad oggi conferma il situazionismo di Gesù. Leggendo il vangelo non si può non notare che molti degli esempi positivi Gesù li attribuisce a degli stranieri estranei alla religione ebrea. Qui, nella nostra pagina, è lo straniero che è ri-conoscente a Gesù e dice “grazie”. C’è anche in questo racconto una nota evangelica costante: non è la religione da sola che salva; ma la fede. Lo straniero samaritano non aveva la religione, ma aveva la fede.
Nell’oceano delle fedi si entra andando oltre la religione etnica nella quale si è nati. Questa è stata, forse, la differenza tra i nove guariti non riconoscenti e il decimo riconoscente. Alla nostra identità religiosa e alla nostra pratica religiosa dovremmo richiedere che ci conservi sempre tutti un pò stranieri, un pò credenti in ricerca, e sempre attenti allo stupore che rende riconoscenti e ci fa dire “grazie”.
Ma per dire grazie bisogna avere fatto l’esperienza di un incontro. In questo caso l’incontro è con l’affascinante rabbi che annunciava il messaggio evangelico tra la Galilea e la Giudea, non esclusa anche la straniera regione della Samaria. Soprattutto il messaggio evangelico non è solo questione di organizzazione, di riti, di pratiche, ma per prima cosa un’esperienza, emozioni, sensibilità, espressione e rappresentazione del divino come fascino di uno stile di vita.
Papa Francesco ha detto più volte che Il Cristianesimo non è una religione, ma un incontro. Frase quasi azzardata in bocca a un ponteice! Ma la prima cosa da ricordare è che nella tradizione biblica, non si parla comunemente «di Dio». Quando si usa la parola Dio nel senso biblico, non si parla di Dio, ma piuttosto si chiama per nome Dio. Chiamare per nome signiica rivolgersi, confessare, riconoscere qualche cosa in termini della propria storia individuale o collettiva. Si può chiamare per nome qualche cosa solo utilizzando la riserva di memorie e di signiicati che ci si porta dietro, sia come individui che come comunità. Ciò fa dell'atto di chiamare per nome – sia che si chiami per nome Dio o qualunque altra persona amata – assai più che un semplice problema teologico o linguistico. Questo è il carattere esperienziale di ogni conoscenza e amicizia.
Nel caso del cristianesimo – che è l’incontro con una Persona – questa esperienza conferisce alla fede non solo la luce che fa vedere, ma anche la luce che fa amare. Alla radice di essa vi è infatti l’esperienza di essere tutti accolti da Dio; esperienza che nel messaggio evangelico sarà poi soprattutto disponibilità a cogliere la presenza di Dio nel prossimo ricambiando l’amore ricevuto con l’impegno al servizio ai fratelli. Questa visione è in piena sintonia con quanto ripete papa Francesco, il quale, muovendo dalla constatazione che il Vangelo non è un’idea ma una Persona, trae da tutto ciò il carattere sempre nuovo dell’esperienza cristiana; esperienza inesauribile come è inesauribile lo stesso mistero di Dio.
L’uomo incontra Dio nei momenti della vita in cui urta in tutto ciò che non è comprensibile, lessibile, disponibile, cioè negli spigoli duri dell’esistenza. Dio gli viene incontro soprattutto in quelle situazioni dell’esperienza che non possono essere trasformati in estensione di noi stessi. La parola «Dio», nella tradizione biblica, non è quindi una nozione metaisica e non è usata per colmare le lacune di conoscenza. EÈ piuttosto il pericolo delle religioni di delimitare il divino nel pensiero metaisico o in una dottrina dell'Essere supremo, tralasciando il rapporto che Dio ha con le creature, con il mondo, con la storia. Per questo “dare un nome a Dio” è sempre stato un modo di metterlo in rapporto con l'esperienza umana; a volte servendosi della vita politica e chiamandolo Re, oppure utilizzano le relazioni familiari e chiamandolo Padre, oppure usando designazioni di vita quotidiana e chiamandolo Pastore.
