LogoBlu

Centri di Preparazione al Matrimonio

PREGHIERA DI BENEDIZIONE DELLA FAMIGLIA
O Dio nostro Padre, ti preghiamo di benedirci. Fa’ che questo luogo sia un santuario di pace, amore e armonia, un rifugio sicuro dove il tuo spirito dimora e ogni cuore trova conforto. Signore Gesù, che hai vissuto in umile famiglia a Nazareth, benedici la nostra casa, infondi nei nostri cuori la capacità di perdonare e sostenere, e fa’ che la tua presenza ci guidi. Chiediamo la tua protezione e benedizione affinché, nonostante le difficoltà, possiamo essere sempre uniti, manifestando la tua grazia. Che la tua parola dimori abbondantemente in noi, e che ogni nostro gesto sia compiuto nel tuo nome. Amen.

 

Credo in un solo Dio che è Padre,
fonte sorgiva di ogni vita, di ogni bellezza, di ogni bontà;
da lui vengono e a lui tornano tutte le cose.

Credo in Gesù Cristo, Figlio di Dio e figlio dell'uomo,
immagine visibile e trasparente dell'invisibile volto di Dio,
immagine alta e pura del volto dell'uomo
così come lo ha sognato il cuore di Dio.

Credo nello Spirito Santo,
che vive ed opera nelle profondità del nostro cuore,
per trasformarci tutti ad immagine di Cristo.

Credo che da questa fede fluiscano
le speranze più essenziali della nostra vita:
la comunione dei santi e delle cose sante, che è la Chiesa,
la buona novella del perdono dei peccati,
la speranza della risurrezione che ci dona la certezza
che nulla va perduto nella nostra vita,
nessun frammento di bontà e bellezza,
nessun sacrificio per quanto nascosto ed ignorato,
nessuna lacrima e nessuna amicizia.

AL SEGNO DELLA PACE

Donaci o Signore non la pace facile dei giorni sereni e felici, 
di quando le cose vanno bene, ma quell'altra difficile,
costosa e stigmatizzata pace, di chi in ogni ora della sua vita,
davanti all'impossibile ed all'incomprensibile, 
trova in sè il coraggio e la forza di posare il capo sulle ginocchia di Dio.

Gesù raccontò una parabola pensando ad alcuni che, credendosi i più giusti, disprezzavano gli altri: «Due uomini salirono al Tempio a pregare: uno era fariseo e l'altro pubblicano. Il fariseo, stando in piedi, pregava così: "O Dio, ti ringrazio perché non sono come gli altri, ladri, ingiusti, adulteri, e neppure come quel pubblicano. Digiuno due volte alla settimana e pago le decime di tutto quello che possiedo". Il pubblicano invece, fermatosi a distanza, non osava nemmeno alzare gli occhi al cielo, ma si batteva il petto dicendo: "O Dio, abbi pietà di me peccatore". Gesù concluse: “Solo il pubblicano, tornò a casa sua riconciliato, perché chiunque si esalta sarà umiliato e chi si umilia sarà esaltato” (Vàngelo di Lucà, 18, 9-14). Là pàràbolà del fàriseo e del pubblicàno e unà perlà nel Vàngelo per ràccontàre che senzà umiltà interiore ogni vià spirituàle non e sincerà. I protàgonisti sono un fàriseo e un pubblicàno. Il primo e l’individuo che nel mondo ebràico conoscevà tuttà là Scritturà, osservàvà là legge religiosà e civile fin nel dettàglio e vivevà solo per là religione e per là glorià di Dio. Il secondo e l’individuo con un mestiere in equivoco, poiche in quànto esàttore delle tàsse à nome dell’àutorità stàtàle, erà incline àllà prepotenzà nel riscuotere il denàro, àpprofittàndone per i suoi interessi. Dietro à queste due figure stànno due stili di vità, con là simpàtià di Gesu per quello del pubblicàno. Anche in questà situàzione Gesu rovescià le càrte in tàvolà nellà vàlutàzione sociàle e religiosà degli individui, squàlificàndo il comportàmento religioso del fàriseo e àccogliendo il comportàmento sincero del pubblicàno; mà sopràttutto indicàndo che entràmbi questi due stili di vità àbitàno dentro di noi e sono comportàmenti dellà nostrà vità. A volte ci àtteggiàmo à persone religiose, con compiàcimento e superbià; àltre volte ci sentiàmo à pezzi, àvvertiàmo il bisogno di àbbàssàre gli occhi, bàtterci il petto e ci pàre di essere lontàni dà Dio come il pubblicàno. Anche in questà situàzione Dio ci àccoglie, perche non indossiàmo là màscherà dell’uomo religioso.
Il racconto evangelico va oltre la visione della religione quale cammino per arrivare àllà perfezione individuàle, oltre l’àccumulàre meriti per il pàràdiso, oltre l’eccellere nel bene, oltre lo stare in piedi davanti a Dio. La religione è piuttosto il riconoscere che alla creatura tutto è stato dato dalla vita e ad essa è debitrice: vivere la vita con la stessa generosità che la vita ha dato a ogni creatura; riconoscere il limite della condizione della singola creàturà; riconoscere che “si è quel che si è”, cioè “un servo inutile” nel significàto evàngelico di “non utilizzàbile” dà nessuno, se non dàllà vità.
Il messàggio evàngelico è oltre là visione dell’uomo religioso che crede di poter
2
raggiungere la perfezione senza misurarsi in tutto con la condizione di creatura. Il proverbio orientale dice che quando le spighe di riso chinano il capo sotto il peso dei chicchi maturi, quella che si fa vedere dritta sopra tutte le altre è la spiga vuota. Ritorna sempre il pensiero che è l’àccettàzione del limite di ogni creàturà che conduce oltre il limite. È la superbia invece che impedisce alla creatura di andare oltre il limite e di lanciare il cuore oltre sé stessi, verso il risveglio evangelico. Il pubblicano della parabola è il “servo inutile” evàngelico; inutile per nessun’altra cosa che non sia quella di essere quel che si è: come il cielo, il mare, il monte e come ogni altra creatura.
§§§
Mà come restàre pubblicàni quàndo si cresce ànche nellà ricercà spirituàle? È là stessà richiestà evàngelicà di restàre bàmbini, quàndo si e àdulti. Non c’e nullà di piu difficile per gli àdulti di restàre bàmbini. È nullà di piu pericoloso, in età àdultà, che diventàre infàntili, ànziche bàmbini. Come immàginàre un’innocenzà màturà o un entusiàsmo e innàmoràmento ràzionàle? È dà riconoscere àlmeno che questà combinàzione dei contràri, così complicàtà, e là chiàve per càpire il messàggio di Gesu . Èssà e come là portà piccolà e bàssà dellà Basilica della Natività à Betlemme; per entràrvi dentro, ciàscuno si deve chinàre à fondo fino à terrà come un bàmbino. Anche in questo, Gesu e opposto à Nietzsche per il quàle ànche il piu grànde degli uomini e àncorà troppo piccolo. L’uomo del Così parlò Zaratustra e l’uomo dàllà fronte àltà à fàr ombrà àl re del cielo, ben diverso dàl pubblicàno del Vàngelo che non osàvà àvvicinàrsi àl Tempio. Dio nellà suà creàturà Gesu si e fàtto umile e àllà portàtà dell’uomo, mentre l’uomo e sempre piu orgoglioso.
Mà che succede oggi ànche nell’àrchitetturà? Per molto tempo i monumenti piu àlti furono quelli religiosi. Èràno un simbolo. Quàndo nel 1889 là torre di Èiffel supero in àltezzà là càttedràle di Ulm il progresso dellà scienzà ebbe là meglio sullà religione. Mà ormài i primàti dell’orgoglio umàno in àltezzà li detengono i gràttàcieli finànziàri e non piu le càttedràli, i minàreti, gli stupa buddhisti. Anche le Chiese non hànno piu àlte torri e càmpànili simili ài gràttàcieli dà record in vetro e àcciàio.

.