“Non chi dice Signore Signore entrerà nel regno dei cieli, ma chi fa la volontà del Padre”. Dobbiamo passare dall’ortossia alla prassi. Resta più importante il retto modo di agire che il retto modo di credere. È questione di coerenza!

Tutto passa solo Dio resta.



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Di fronte a tutto quello che succede oggi nel mondo, viviamo un certo smarrimento, non abbiamo più punti d’appoggio, non sappiamo più cosa pensare dell’uomo e a che cosa credere. Viene spontanea la domanda: che cos’è la coscienza? Cos’è questa coscienza che non è più capace di intercettare i valori fondanti della vita e dell’essere? Ci sono due versanti della coscienza che non sono comunicanti tra di loro. Il primo versante è l’apertura al mondo, il versante storico, quello che sperimentiamo ogni giorno nelle esperienze che facciamo, i conflitti e i mali che dobbiamo affrontare. Questo versante storico è modellato dalla cultura, dall’ambiente sociale, dalle tradizioni, da tutti quegli apparati che ci aiutano in qualche modo a fare della coscienza una realtà che si adatta un po’ al vivere comune. Un tempo, poi, i principi morali erano convincenti perché erano condivisi. Cinquanta, sessanta anni fa non potevamo non dirci cristiani, cattolici perché tutto era imbevuto di cristianesimo, di cattolicesimo, anche la stessa vita sociale era fondata su principi morali convincenti perché erano da tutti condivisi. Leggendo bene la realtà del mondo, la storia dell’uomo, ci rendiamo conto sempre più purtroppo, che nella storia, nella vita sono stati commessi anche tanti crimini in nome di Dio, azioni che Dio non ha mai voluto, che sono un prodotto ideologico spacciato come volontà di Dio. Tante guerre vengono spacciate come volontà di Dio, ma in realtà sono solo frutto della volontà di potenza dell’uomo. Anche noi cristiani, lungo la stori del cristianesimo, ne abbiamo commesse di tutti i colori perché, in nome di Cristo, anziché portare la pace, la giustizia, la concordia, di rispettare l’unicità, l’irrepetibilità dell’essere umano abbiamo usato violenza. Ecco perché, alle volte, nella religione si trovano come sacralizzati la volontà di potenza e di potere dell’uomo per tenere le coscienze, soprattutto quelle vigili, sveglie, che si pongono delle domande, serve di obiettivi che nulla hanno a che fare con la volontà di Dio. Quante volte si è fatto passare per volontà di Dio, quello che Lui non ha mai pensato e che era solo una volontà di potenza e di potere. Di fronte a tutte queste contraddizioni, questo male, questa incapacità di credere nella vita, nella storia, nelle esperienze, nasce spontaneo lo smarrimento delle coscienze, che ci lascia perplessi e non ci aiuta ad affrontare la realtà con coraggio, con fermezza di fede, con la capacità di sovrastare a questa sovrabbondanza di male. L’altro versante è quello, secondo me, più autentico, più vero, perché è quello segreto, intimo è il rapporto che ho con Dio, totalmente personale che va al di là delle idee su Dio, del modo di interpretare Dio attraverso gli avvenimenti della storia. Il credente vive la sua scelta di obbedienza al Dio della fede, non al Dio mediato dalla religione, non al Dio strumentalizzato dall’uomo, ma solamente al Dio della fede. Per vivere questa obbedienza della fede, siamo chiamati a rifarci alla Parola di Dio, che non è arcaica, di altri tempi, che cerchiamo nelle biblioteche polverose del tempo passato, ma è una Parola di Dio viva, efficace, che si aggancia sempre alla vita reale dell’uomo. Se non riusciamo a rendere viva questa Parola, se di fronte all’umiliazione della vita dell’essere umano andiamo in cerca di altre parole che giustificano la nostra indifferenza, se cerchiamo altre ideologie che non hanno nulla a che fare con la Parola viva del Vangelo, abbiamo già tradito questa Parola, noi stessi e Dio.
Dobbiamo essere affamati, assetati di questa Parola di sapienza, che ci aiuta a cercare sempre la giusta strada che ci può portare a Dio e all’uomo. Tra le due realtà non c’è un’alternativa tra il versante storico e quello privato perché la fede è di per sé provatissima, un fatto nostro, intimo, della coscienza, dello spirito, che nessuno può togliere. È un cammino interiore che siamo chiamati a fare ogni giorno perché investe la totalità dell’essere umano, noi in quanto esseri umani presenti nel mondo. Nello stesso tempo, questa coscienza, si deve aprire all’accoglienza di tutte le genti, come abbiamo detto domenica scorsa parlando dell’universalità della fede. Una coscienza che è capace, proprio perché fondata sull’essere e sull’identità di noi stessi, di rivolgersi a un “tu” anche se altro e diverso da noi. È difficile vivere la realtà della coscienza in queste due prospettive. Ecco perché siamo chiamati a essere davanti a Dio, senza Dio. Questo è il significato autentico del racconto della trasfigurazione che abbiamo sentito oggi. La fede non ci dà mai dei punti di riferimento nel miracolo, abbiamo sentito come Pietro esclama: «Rabbì, è bello per noi essere qui; facciamo tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia». Perché avevano visto la gloria di Dio, erano rimasti abbagliati dal miracolo, da questa trasfigurazione del loro Maestro. Erano rimasti tramortiti, meravigliati, incapaci di ragionare sugli avvenimenti e sulle cose. Dopo tutto questo bagliore, questa luce, questa immensità, che cosa dice sempre il Vangelo: «E improvvisamente, guardandosi attorno, non videro più nessuno, se non Gesù solo, con loro». Dio è sempre nella nube: ecco cosa significa stare davanti a Dio senza Dio. Mai come oggi viviamo questa esperienza in questo mondo così malvagio, incapace di difendere se stesso, di quest’uomo non in grado di portare rispetto per niente e per nessuno. Viviamo dentro l’oscurità, la nube.Tutti viviamo nella valle delle fatiche umane, delle contraddizioni, della storia incapace di percorrere cammini di senso e di rispetto per l’uomo. Solo la fede nella risurrezione di Gesù ci dice che la nostra fatica storica, il nostro impegno nella storia non è vano. Se non abbiamo una prospettiva “altra”, se la nostra prospettiva di vita è basata sull’esperienza della violenza, della guerra, della morte, dell’odio, della sopraffazione dell’uomo sull’uomo, ci sentiamo smarriti, non sappiamo più da che parte andare, qual è il senso del nostro esistere e del nostro essere al mondo. La fede ci dà questa prospettiva che non è un’illusione, ma nutre la nostra speranza nella possibilità dell’uomo di porsi in modo positivo di fronte alle tremende esperienze della vita. Scendere dal monte della contemplazione, del miracolo, della luce abbagliante nella tremenda realtà delle fatiche umane. La fede si traduce nell’essere accanto all’uomo che vive oggi. Questo Gesù trasfigurato che diventa subito Gesù solo, lo dobbiamo cercare negli uomini e nelle donne sole, che vivono un totale buio e nella totale disperazione della vita. In questo senso, anche noi, come abbiamo sentito nella prima lettura, tratta dal Libro della Genesi, dobbiamo sacrificare i primogeniti. Lo abbiamo ascoltato nel racconto tremendo della prova di Dio nei confronti di Abramo che gli chiede il figlio, quell’unico figlio nel quale erano poste tutte le promesse di futuro. Anche noi dobbiamo sacrificare i primogeniti. Quali sono i nostri primogeniti? Le ideologie in cui abbiamo creduto, sono tutte quelle realtà che in qualche modo mettiamo in essere per nascondere la nostra impotenza, la verità nei confronti dell’uomo, degli avvenimenti, delle cose. Pensiamo alle guerre che ci sono sempre state, sono oggi e saranno sempre delle tremende menzogne. Abramo era destinato a essere benedizione per tutte le genti. La vocazione di Abramo non era particolare o racchiusa all’interno di una religione, ma era la vocazione della fede che doveva proporsi a tutte le genti. Per amare universalmente le creature di Dio occorre sacrificare tutto ciò su cui riposa la nostra fiducia. Questo è il vero, autentico significato del sacrificio di Abramo. Dobbiamo uccidere la realtà in cui viviamo, che non è di vita, ma di morte, non è una realtà di verità ma di menzogna. Dobbiamo uccidere la nostra prosperità economica, che impedisce a milioni di essere umani di vivere in modo degno, di aver accesso ai beni primari della terra. Dobbiamo uccidere la volontà di potenza e di potere, di sopraffazione dell’uomo sull’uomo, uccidere quelle ideologie nefaste che rendono questo mondo inospitale. Non dobbiamo mai identificare Dio con le Sue promesse. Isacco era un ostacolo all’università della fede e per questo Abramo doveva sacrificare ciò che gli era più caro! Tutto ciò che è di ostacolo al nostro rapporto positivo con la terra, con l’altro uomo è da sacrificare perché tutto ciò che è di ostacolo nei confronti di una relazione positiva con gli altri, vuol dire che è frutto di male, di indifferenza, di incapacità di vivere completamente la nostra fede. Dobbiamo scegliere l’amore per tutti: non solo per i nostri, coloro che ci appartengono, ma per tutti gli uomini, soprattutto per i reietti della terra. Dobbiamo riflettere non solo su noi stessi, sul nostro rapporto con gli altri, ma anche sul senso autentico da dare alla religione e alla fede. La religione è fanatica, vuole stare sul monte a contemplare la gloria di Dio, dimenticando, magari, la povertà e la disperazione dell’uomo, vuole salvare a tutti i costi ciò che Dio ha promesso. La fede sacrifica anche ciò che Dio ha dato. Questa è la grande sfida della fede. Dobbiamo sacrificare tutte quelle cose che ci impediscono il cammino verso una vita autentica e vera. È tremendamente difficile vivere la fede  in questo modo, ma è l’unica strada che ci aiuta e che ci riporta al Dio della vita, del rispetto dell’uomo, che ci rende autentici, veri, capaci di prospettive che vanno anche al di là della mera immanenza umana. Alla fine del Vangelo abbiamo sentito come i tre discepoli scendono dal monte ancora più smarriti: «Ed essi tennero fra loro la cosa, chiedendosi che cosa volesse dire risorgere dai morti». Noi ce lo chiediamo tutti i giorni: che cosa significa risorgere dai morti? Che cosa vuol dire che non risorgerà solo la nostra anima, ma anche la nostra carne? Che cosa significa il futuro in Dio? Tutte queste realtà restano illusioni se non siamo capaci di credere a questa vita che sola è  in grado di dare senso e di credere anche al futuro di Dio. Per questo l’unico grande e insostituibile appoggio della fede è credere non al Dio sottomesso al nostro volere ma a quel Dio che ci rende finalmente liberi da ogni condizionamento che impedisce l’universalità della fede stessa.