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SIAMO SERVI POVERI DI UN SIGNORE DA CUI TUTTO PROVIENE: LA GRATUITA’ NEL SERVIZIO

 

La gratuità, unitamente all’umiltà, è l’unico criterio perché il servizio sia credibile, è l’unico criterio di genuinità e di evangelicità del servizio.

Mettiamo in evidenza alcuni aspetti della gratuità.

  1. a) Non si può giudicare o condannare una persona solo perché non vuole essere servito come vogliamo noi. Al cieco di Gerico, Bartimeo, che implora pietà, Gesù chiede: “Cosa vuoi che io faccia per te?” (Mc 10,51). Sembra la domanda più banale che ci sia: sembra scontato che un cieco chieda di vedere, ma la delicatezza del servizio sul modello evangelico è questa: il rispetto della persona, della sua storia, magari disordinata, e la proposta di vedere insieme che cosa è meglio per la persona che si deve servire. Quante volte abbiamo le soluzioni pronte in tasca per i problemi della gente ed usciamo con frasi come questa: “Se non fai come ti dico, guai a te! Non ti aiuto più!”.
  1. b) Non dobbiamo pretendere i risultati dal servizio, non dobbiamo pretendere che la gente ci gratifichi, che ci ringrazi, che ci dimostri gratitudine, non pretendere di risolvere tutti i problemi del mondo, di fare tutto il bene che c’è da fare. Siamo servi poveri (senza diritti) di un Signore da cui tutto proviene: il Signore non ha mai garantito il successo a nessuno, almeno nei termini che intendiamo noi. Il grazie ce lo dirà il Signore in quell’ultimo giorno, ponendoci alla sua destra e dicendoci (almeno ce lo auguriamo): “Venite, benedetti dal Padre mio...”. Se lo pretendiamo prima, in quell’ultimo giorno ci sentiremo dire: “Ha già avuto la tua ricompensa”. Il pretendere i risultati è un comportamento simile a quello di quei servi che volevano estirpare la zizzania prima del tempo, come afferma papa Francesco nella sua predicazione.
  1. c) Le opere di misericordia sono l’espressione concreta del servizio e devono diventare il nostro esame di coscienza, visto che questo sarà il testo del giudizio finale. Poiché Dio rivela le sue cose ai semplici (“Ti benedico, Padre, perché...”), occorre avere la semplicità di una misericordia della quale non decidiamo noi i momenti, ma sono gli altri a decidere: essere alla mercé della miseria degli altri, questo è il servizio, questo è l’amore. Gesù ha fatto così, ora tocca a noi essere alla mercé della miseria (materiale, morale, spirituale) degli altri. Dobbiamo imparare a ritmare i nostri giorni con questo criterio, con questa prospettiva: essere alla mercé della miseria degli altri, non con la pazienza rassegnata di chi stringe i denti, ma con il cuore largo di chi ama. Allora saremmo veramente simili al Signore! Allora veramente serviremmo come lui! La misericordia non può essere un episodio, deve essere la costante della nostra vita. Non c’è nessuna circostanza della nostra vita che giustifichi il fatto che non abbiamo usato misericordia. Quante volte passiamo vicino a situazioni di miseria e di dolore e non ce ne accorgiamo, quante volte siamo tardi a cogliere una pena, pronti però a cogliere un giudizio o un pettegolezzo.

Normalmente pretendiamo di distinguere le necessità dalle pretese. Se si tratta di necessità, vada! Ma le pretese: quelle no! Quando le necessità diventano pretese, quella è l’ora della misericordia. Questo non vuol dire cedere comunque, non vuol dire accondiscendere alle richieste più strane: vuol dire che comunque devo amare quella persona, comunque devo essere dalla sua parte. Dio continua ad essere dalla parte del popolo ebraico, anche se permette che sperimenti l’esilio: poi lo riporta a casa. Quando la condizione di necessità della gente è dovuta a incapacità di vedere il giusto, incapacità di giudicare giusto, povertà di fede, povertà umana, quindi ad una condizione minorata, allora noi dobbiamo essere misericordiosi.

Il banco di prova è questo: la gratuità passa attraverso la disponibilità e la capacità di intenerirsi sulla presunzione degli altri, sulla strafottenza, sull’improntitudine, sulla sfacciataggine, sullo sfruttamento. Se non accettiamo di misurarci con questa realtà, con la misericordia del Signore che è così, dobbiamo ricordare che corriamo il rischio di sentirci dire in quell’ultimo giorno: “Non ti conosco, non mi riconosco in te; tu non mi hai riconosciuto. Non ti avevo chiesto di giudicare, ma di amare, di servire e dare la vita anche per quelli che non lo meritavano, perché io ero là”.

La gratuità intesa in questo modo ci permette di superare quel pessimismo sterile che può prendere gli operatori pastorali e di cui parla papa Francesco ai numeri 84, 85 e 86 della Evangelii Gaudium.