Vivere la fede in Cristo é come camminare sulle acque, non affidamento sulle garanzie umane, é trovare Dio nel vento leggero, in una brezza tenendo lo sguardo fisso su di Lui abbandonandosi al Suo Amore.

Tutto passa solo Dio resta.

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La fede è una realtà conoscitiva, come abbiamo sentito dalla lettera di San Giovanni apostolo e dal Vangelo di Giovanni, che si  confronta sempre con la vita e la vita, ogni giorno, ci dà occasione di mettere a dura prova la nostra fede. Da una parte il Vangelo ci dice che Dio è Padre, c’è una provvidenza, un amore che ci protegge, dall’altra Dio a noi sconosciuto, ma lo conosce solo il Figlio che però è morto in croce. Se il Figlio che conosce il Padre è morto in croce, non gli è stata risparmiata la croce, noi dobbiamo confrontarci con tutte le contraddizioni della nostra vita.
Quante volte ci chiediamo di fronte alle realtà in cui viviamo sia quelle della macro-storia sia quelle della nostra vita personale: perché Dio è assente? Non interviene? Perché Dio non si impone sulla volontà perversa dell’uomo? La croce ci dice che nel momento determinante in cui Dio, secondo il nostro modo di volerlo, avrebbe dovuto intervenire non lo ha fatto. Da una parte le vicende del tempo sono attraversate, noi lo pensiamo e lo crediamo per fede, da un disegno di amore, mentre dall’altra viviamo l’oscurità della fede che ci parla di un Dio nascosto dagli avvenimenti della vita.
Se guardiamo la vita non vediamo nessun disegno d’amore, ma un uomo in balìa di se stesso, dei suoi istinti primordiali, della sua volontà di potenza, di violenza e di potere. Confrontarci con questa realtà e pensare nonostante tutto che Dio è con noi, diventa la grande sfida della fede, che va vissuta nelle contraddizioni della storia. Proprio queste contraddizioni ci pongono delle domande, due fondamentali: chi è Dio? Chi è l’uomo? Ecco il cammino della conoscenza. Dobbiamo domandarci chi siamo noi e chi è Dio. Le due conoscenze sono legate tra di loro: non possiamo conoscere l’uomo se non conosciamo Dio e non possiamo conoscere Dio se non conosciamo l’uomo. Il problema vero è che non sappiamo neppure ciò che saremo, lo abbiamo sentito dalla lettera di Giovanni: «Carissimi, noi fin d’ora siamo figli di Dio, ma ciò che saremo non è stato ancora rivelato». Non sappiamo che cosa sarà di noi dopo questa vita. L’unica nostra certezza è la tomba, il cimitero, non abbiamo altre certezze. Ma se ci fermiamo alla tomba siamo già finiti! La nostra fede ci invita sempre e comunque, qui è la sfida grande, a scommettere sul nostro futuro, non solo nel futuro dell’aldilà, ma anche quello di questa vita, perché più scommettiamo sul futuro in questa vita è più riusciremo a credere nel futuro dell’altra vita. Questo perché siamo figli di Dio, ma questo essere figli di Dio non è una realtà evidente, ma nascosta dalla fatica del vivere, dalle contraddizioni appunto della storia. Ecco perché è tremendamente pericoloso parlare con troppa facilità di Dio, farlo con sicurezza, perché non lo conosciamo, come non conosciamo neppure noi stessi. Coloro che hanno, come dicevo domenica scorsa, le risposte ad ogni domanda, non hanno dubbi, ma solo certezze e si affidano alla dottrina, sono solitamente persone tremendamente dure nei confronti dell’uomo. Allora dobbiamo domandarci il perché di questa durezza. Perché chi non ha nessun dubbio, possiede Dio, non è altrettanto misericordioso, attento, premuroso nei confronti della vita dell’uomo? Costoro sono persone che non credono in Dio, non credono nell’uomo, ma solo in loro stessi. Dobbiamo metterci in adorazione del mistero di Dio senza colmarlo con quelle che potremmo chiamare “sicurezze artificiali” dietro alle quali ci nascondiamo proprio per non affrontare la dura fatica di vivere la fede nelle contraddizioni dell’esistenza. Come diceva il grande teologo protestante Bonhoeffer “Quando l’uomo parla di Dio è l’uomo che parla di Dio, Dio è un’altra cosa”. Stiamo attenti a non fare di Dio uno strumento di certezze che nascono da nostre esigenze, piegare Dio alla nostra volontà. L’adorazione del mistero di Dio è una sola cosa con l’adorazione del mistero dell’uomo che ci porta a essere sempre attenti alla vita di ogni essere umano, a non fermarci alle identità con cui etichettiamo una persona, alle apparenze, ma a dare al mistero dell’uomo una possibilità di vita e di futuro. Gesù dona all’uomo delle possibilità nuove. Di fronte alla donna adultera che volevano lapidare, Gesù dà a quella donna una nuova possibilità di vita: «Donna, dove sono quei tuoi accusatori? Nessuno ti ha condannata? Ella rispose: “Nessuno, Signore”. E Gesù le disse: Neppure io ti condanno; va' e non peccare più» (Gv 7,53-10,11). Gesù le dice: Non identificarti con il tuo peccato, la tua colpa, ricerca in te quelle potenzialità, possibilità nuove che ti aiutano a riprendere la vita, a ritrovare la fiducia in te stessa, a riprendere sempre e comunque il cammino. Gesù lo fa per liberare quella donna dal giudizio perverso della gente, gli altri la identificavano come una peccatrice, Gesù la identifica come una donna capace di ricostruirsi una vita e il suo futuro. Siamo chiamati a nutrire la speranza in nuove possibilità di vita. Mai come oggi non dobbiamo perdere questa speranza! Se ci fermiamo all’evidenza, se ci adattiamo e ci rassegniamo a quello che sta succedendo nel mondo, non vedremo nessuna possibilità di vita e uccideremo la speranza. Ecco perché di fronte a tutte queste contraddizioni, a tutto questo male, a tutta questa sofferenza la nostra coscienza è piena di domande che sono un conto aperto che presenteremo a Dio. Quando ci incontreremo con Lui avremmo tante domande da fargli, forse troppe, ma probabilmente Dio ne avrà altrettante e magari più delle nostre. È una bella cosa, perché qui nasce la relazione tra Padre e figlio. È questa relazione che ci aiuta nel cammino della conoscenza. Le risposte alle nostre domande le avremo solo allora, non cerchiamole oggi. Noi, come dicevo domenica scorsa, non sappiamo spiegare nulla, la nostra fede vive del rispetto dell’uomo. Siamo chiamati, nella vita, a un sacro rispetto nei confronti dell’uomo, senza discriminare mai nessuno, senza identificare gli altri nei loro limiti, nelle loro carenze, nelle loro miserie e nel loro peccato. Anche qui, ancora una volta, dobbiamo andare oltre l’evidenza, leggere nel nostro cuore e nel cuore degli altri. La lettura del cuore diventa più vera rispetto a quella superficiale di ciò che vediamo e constatiamo. Questo non vuol dire mettere sullo stesso piano il bene e il male, il vizio e la virtù: il bene è bene, il male è male; il vizio è vizio, la virtù e virtù. Questa è la base per non giudicare e condannare gli altri, ma per comprenderli immedesimandoci nella loro vita disgraziata, salvando sempre ogni persona umana, non condannando, discriminando, giudicando mai nessuno, ma avendo come Gesù misericordia per l’uomo. Potremo avere misericordia per l’uomo solo se siamo capaci di metterci in ascolto della vita travagliata di ogni essere umano. La vera, autentica via della conoscenza passa attraverso la strada dell’amore. La strada dell’intelletto per arrivare a Dio è solo un sentiero interrotto perché, come dico sempre, non arriveremo mai a Dio attraverso la nostra ragione che porta solo a noi stessi. Abbiamo ascoltato dal Vangelo di Giovanni: «Per questo il Padre mi ama: perché io do la mia vita». Gesù ha dato la vita morendo in croce. È nella dedizione della propria vita ai fratelli e alle sorelle che si avvera la conoscenza di Dio e dell’uomo, entriamo nella verità di Dio quando ci sacrifichiamo per l’altro. Ogni volta che facciamo nostra la vita degli altri esseri umani, facciamo un piccolo passo verso la conoscenza del mistero di Dio. È un po’ quello che abbiamo ascoltato dalle letture di questa domenica. Nella prima lettura, tratta dagli Atti degli Apostoli, troviamo i membri del sinedrio, il gota degli ecclesiastici della religione Ebraica, indispettiti perché gli apostoli hanno guarito una persona storpia. Il primo processo contro i credenti, organizzato dal sinedrio, è dovuto al fatto che uno storpio era stato risanato, ma in realtà al sinedrio, dello storpio non interessava assolutamente nulla, gli interessava solo la regola infranta. Ecco cosa vuol dire essere attaccati alla dottrina che diventa un alibi per essere freddi e duri nei confronti degli altri esseri umani. Il sabato è per l’uomo e non l’uomo per il sabato. La dottrina e i precetti sono per l’uomo, non l’uomo per i precetti e la dottrina, la religione è per l’uomo e non l’uomo per la religione. Questo è quello che ci ha insegnato Gesù Cristo. Nel Vangelo Gesù ci parla del mercenario: chi è il mercenario? Alle volte, noi, diventiamo mercenari a cui non interessa l’uomo, ma il mercato e le sue regole. Oggi a noi interessano le cose, il mercato e non l’uomo. Siamo diventati uno strumento del mercato. Finché produciamo, valiamo; quando non produciamo più, diventiamo un costo: prima moriamo e meglio è. Ci siamo disumanizzati! Rimuovendo e scartando l’uomo, scartiamo Dio ed è per questo che non lo conosciamo. Pian piano, senza accorgerci, ci siamo totalmente disumanizzati. Di fronte a lacrime, alla morte di migliaia di bambini, di migranti, sofferenze la nostra coscienza ha un qualche sussulto? Siamo più preoccupati del mercato che della vita degli esseri umani. Noi non sappiamo, e questo è il problema, chi siamo. Alle volte dovremmo rientrare in noi stessi per domandarci: ma chi sono io? In che cosa credo? In che cosa spero? Quali sono le mie speranze? Quali sono le passioni che alimentano, danno forza, senso e significato alla mia vita? Solo la relazione con gli altri ci aiuta a conoscerci e a conoscere Dio. Se non c’è un tu con il quale confrontarci, non c’è neppure un io. È la relazione che fonda l’io, che fonda l’essere, che dà senso al nostro esistere, che diventa confronto, dialogo, apertura e ci aiuta a capire chi siamo. Per Gesù ogni uomo è importante. Anche le pecore nere, traviate, che non sono del nostro ovile. Gesù solitamente non costruisce ovili e recinti, ma li abbatte perché è interessato a ogni pecora, non alle nostre o alle Sue, ma a ogni pecora, anzi proprio quelle che non sono nel recinto sono tenute più in considerazione da Gesù. La via conoscitiva resta sempre e solo quella dell’amore. La chiave per conoscere Dio è solo quella dell’amore e non quella della teologia, della filosofia, dell’astrazione mentale. La fede deve confrontarsi con la vita bastarda di ogni essere umano. Avere fede significa sapere che Dio ci ama, avere questa consapevolezza interiore, nonostante le apparenze, e che ci ama non perché siamo virtuosi, abbiamo tanti meriti, ma anche se siamo peccatori e miserabili, rinfranca il nostro cuore e ci aiuta a comprendere e avere misericordia con gli altri. Avere questa conoscenza e consapevolezza dell’amore di Dio ci aiuta a metterci in contatto, in relazione positiva con la vita degli altri, a non ergerci a giudici implacabili, a non dividere gli uomini, a fare nostra la vita degli altri esseri umani. Solo questa strada ci aiuterà a capire chi siamo, e a capire che è Dio. La strada dell’amore resta l’unica, grande, insostituibile strada della conoscenza.