La tua fede ti ha salvata.

Ci viene richiesta solo la fede senza nessuna condizione né religiosa, né culturale, né dogmatica, nè morale.

Almeno come credenti spaziamo via ogni barriera, divisione, discriminazione.

Chi divide, chi odia non crede in Dio, crede solo nella sua follia. Solo la fede salva!

Tutto passa solo Dio resta.

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Vedendo le folle, Gesù salì sul monte; si pose a sedere e si avvicinarono a lui i discepoli. Iniziando a parlare diceva: «Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli. Beati quelli che sono nel pianto, perché saranno consolati. Beati i miti, perché avranno in eredità la terra. Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati. Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia. Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio. Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio. Beati i perseguitati per la giustizia, perché di essi è il regno dei cieli. Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli». (Vangelo di Matteo, 5, 1ss)
«Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli». Con queste parole comincia uno delle pagine più note e paradossali della tradizione cristiana. Le Beatitudini di Matteo non propongono semplicemente una morale della bontà e neppure un catalogo delle virtù cristiane, ma una visione radicale e diversa della realtà, modificando il criterio attraverso il quale vengono definiti il successo e il fallimento, la felicità e l'infelicità, la forza e la debolezza. Per questo possono essere accostate, pur nella differenza dei contesti, alle varie critiche della modernità contemporanea. Le Beatitudini, lette da questa prospettiva, non consolano semplicemente gli sconfitti, ma contestano il sistema che stabilisce chi abbia speso bene la propria vita e possa essere considerato vincitore.
Con quali parole si può definire il successo e la felicità nel linguaggio evangelico? Tutto comincia da una questione apparentemente filologica di come tradurre la parola greca makarioi. La tradizione comune ha scelto «beati», altre traduzioni hanno preferito «felici», «fortunati», «benedetti». André Chouraqui, cercando di recuperare dietro il greco l'orizzonte semitico delle parole di Gesù, ha proposto la sorprendente espressione En marche! «In cammino!». Dietro il greco makarios si può infatti ascoltare l'eco dell'ebraico ashrê, termine che compare, per esempio, all'inizio del Salmo 1: «Beato l'uomo». La beatitudine biblica non designa soltanto uno stato psicologico di felicità, ma una condizione dell'esistenza e, insieme, la direzione di essere sulla strada buona e procedere verso una pienezza possibile. En marche! dunque; e la beatitudine diventa movimento.
Esiste un'altra traduzione, ancora più provocatoria: Congratulations! Congratulazioni ai poveri, a quelli che piangono, ai miti, a coloro che hanno fame e sete di giustizia, ai perseguitati. Presa alla lettera, la formula sembra quasi crudele. Per quale ragione congratularsi con chi soffre? Il rischio sarebbe di trasformare il cristianesimo in una religione della rassegnazione che rassicura tutti dicendo: voi siete poveri e infelici sulla terra, ma sarete ricchi e vincitori in cielo. Sarebbe la religione compensatoria contro la quale si è esercitata la critica marxiana dell’ingiustizia presente resa sopportabile dalla promessa di un risarcimento futuro.
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Ma il paradosso delle Beatitudini può essere letto esattamente al contrario, poichè Gesù non dichiara buona la povertà e non proclama desiderabile il pianto o la persecuzione, ma compie un gesto molto più radicale, togliendo alla società presente il diritto di pronunciare il giudizio definitivo su una persona. Se la società dice: hai perso, Gesù risponde: congratulations, ed è qui che il messaggio evangelico diventa sorprendentemente utile per contraddire una società nella quale non conta quel che si è, ma ciò che appare e nella quale l'esistenza viene progressivamente misurata attraverso segni esteriori: possesso, successo, prestigio, consumo, visibilità. Poco a poco gli individui guardano sè stessi attraverso lo sguardo degli altri e la felicità diventa spettacolare. In questo senso le Beatitudini realizzano una specie di ribaltamento evangelico, mediante il quale le immagini, parole e segni del sistema dominante vengono sottratti al loro significato abituale e ricollocati in una nuova costellazione. Gesù sembra compiere qualcosa di analogo con la parola felicità, una parola che normalmente appartiene ai vincitori e la restituisce agli ultimi, sottraendola al mercato, al prestigio e anche al successo.
Da questo punto di vista il congratulations di Gesù non significa però che verrà il giorno in cui i secondi saranno i primi, poichè vorrebbe dire che sono cambiati i protagonisti sulla scena, ma la scena è rimasta identica e anche la struttura della dominazione. Le Beatitudini vanno oltre, poiché non dicono soltanto che cambieranno i vincitori, ma lasciano intravedere la domanda più radicale del perché la cultura contemporanea abbia bisogno di dividere l'umanità tra vincitori e sconfitti. Ritorna così l'antico motivo del mondo alla rovescia, il sogno degli sconfitti e sfortunati, poiché dopo il tempo della sfortuna, inizia il tempo alla rivincita. La cultura popolare europea ha prodotto per secoli immagini nelle quali i ruoli ordinari venivano temporaneamente invertiti: i poveri diventavano ricchi, i servi padroni, i bambini adulti, i vecchi giovani, e persino gli animali prendevano il posto degli uomini. Il carnevale era il tempo privilegiato di questa inversione di ruoli e per qualche giorno l'ordine veniva sospeso.
Ma terminato il carnevale, ognuno ritornava al proprio posto. Anche il mondo alla rovescia era uno spettacolo e la sua rappresentazione temporanea della liberazione sostituiva la trasformazione effettiva della vita. Si contemplava per qualche giorno l'immagine della libertà, proprio perché il giorno successivo si potesse tornare tranquillamente alla normalità. Le Beatitudini sono più sovversive non istituendo un carnevale annuale, ma proponendo di rovesciare il criterio stesso della normalità, sapendo che l'essere umano non è soltanto colui che continua ciò che esiste, ma può anche introdurre qualcosa che prima non c'era. Ogni nascita rappresenta simbolicamente e realmente l'ingresso di un nuovo inizio nel mondo; e l'azione autenticamente umana possiede la forza, propria della nascita, di introdurre l'imprevisto e aprire una possibilità.
Gesù, guardando la folla, vedeva una realtà ben definita, ma preannunciava un nuovo inizio, come se qualcosa potesse ancora cominciare. Questo «nuovo» è lo spazio della libertà che non consiste principalmente nella sovranità dell'individuo isolato, ma nell’insieme degli uomini quando agiscono insieme e introducono qualcosa di nuovo nel mondo comune. Per questo le Beatitudini non possono essere ridotte a una spiritualità privata. «Operatori di pace» è un'espressione politica nel significato più alto del termine, indicando uomini e
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donne che fanno esistere tra loro un mondo diverso. É nella relazione che nasce il mondo. La filosofa Arendt ha insistito sul fatto che gli esseri umani non vivono semplicemente nel mondo: costruiscono un mondo comune nello spazio che esiste tra loro. Le Beatitudini potrebbero essere lette allora come una descrizione di questo «tra» e per questo non sono soltanto qualcosa che accade dentro l'individuo, ma tra gli uomini, richiedendo presenza, parola, azione, partecipazione al mondo comune. Qui le Beatitudini cessano definitivamente di essere consolazione, diventando mobilitazione, En marche. Il cristiano è il contrario dello spettatore e diffida della vita che viene contemplata, anziché vissuta.
Le Beatitudini richiedono un mondo alla rovescia «in contemporanea», e non un mondo diverso domani, dopo la rivoluzione, nell'aldilà, non quando finalmente gli ultimi avranno conquistato il posto dei primi. Questa è forse la provocazione più radicale delle Beatitudini nelle quali Gesù utilizza il futuro per molte promesse, ma la prima e l'ultima Beatitudine contengono il presente: «Di essi è il regno dei cieli». Gesù dice sarà, ma é. Per Gesù il futuro irrompe nel presente, il nuovo comincia dentro il vecchio senza attendere che il vecchio sia completamente scomparso. Per il giovane rabbi della Galilea non basta attendere uno spettacolo diverso; bisogna ricominciare a vivere diversamente. Questo è il mondo alla rovescia in contemporanea.
L'individuo non è più soltanto spettatore dello spettacolo prodotto da altri, ma è chiamato a produrre lo spettacolo di sé stesso, interrompendo l’economia dello sguardo della società contemporanea. Nessuna sconfitta sociale coincide necessariamente con una sconfitta umana, e Gesù, molto prima delle teorie rivoluzionarie, compie qualcosa di più semplice e radicale, annunciando non il mondo nel quale gli ultimi diventano primi e i primi ultimi, ma quello nel quale nessuno ha più bisogno del podio per sapere quanto vale la propria vita. Le beatitudini sono la possibilità di un nuovo inizio. En marche! Congratulations! Questo, forse, non è tutto il messaggio evangelico. Ma, a volte, ci basta anche questo.