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La fede non deve essere vissuta come rischio o scommessa, ma come certezza vitale, come tesoro nascosto, come intimo segreto, frutto di profonde  esperienze che crescono pian piano lungo tutta una vita.

Tutto passa solo Dio resta.

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Gli undici discepoli andarono in Galilea, sul monte che Gesù aveva indicato. Quando lo rividero, si prostrarono. Essi però dubitarono. Gesù si avvicinò dicendo: «Mi è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra. Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Insegnate ad osservare tutto ciò che vi ho detto. Io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo». (Vangelo di Matteo, capitolo 28, 16 ss).
L’Ascensione di Gesù non è solo un evento straordinario narrato nei Vangeli, ma soprattutto un’esperienza spirituale profonda. Non è una separazione definitiva tra Gesù e i suoi discepoli. E oggi rappresenta la sua presenza interiore. Gesù non “sale al cielo” nel senso materiale del termine. L’immagine del cielo è simbolica: serve a indicare il ritorno di Cristo nella dimensione di Dio. Per questo motivo, l’Ascensione invita i credenti a non fermarsi all’apparenza esterna, ma a cercare la presenza di Gesù nel proprio mondo interiore, nella meditazione, nella vita quotidiana. Questa interpretazione si collega alla sensibilità spirituale contemporanea che scopre le spiritualità e unisce il Vangelo alla pratica del silenzio contemplativo.
Il racconto evangelico vede gli angeli che invitano i discepoli a non restare immobili nel guardare il cielo, ma a tornare sulla terra e continuare la missione. La fede evangelica non è fuga dal mondo, ma responsabilità concreta verso gli altri. Gesù ascende al Padre, ma lascia ai suoi discepoli il compito di testimoniare l’amore, la pace e la compassione.
Con l’Ascensione di Gesù inizia un altro rapporto tra assenza e presenza. Apparentemente Gesù scompare, ma in realtà diventa ancora più vicino all’umanità attraverso lo Spirito Santo. Gesù risorto diventa il Cristo non più limitato a un luogo, a un tempo. Può essere incontrato ovunque, specialmente nel cuore dell’uomo che ascolta con sincerità. Dopo la scomparsa visibile di Gesù, il rapporto con lui diventa interiore e spirituale. Non si tratta di assenza, ma di una forma nuova di presenza. Cristo non è più limitato a un luogo e a un tempo: può essere incontrato nel silenzio, nell’esperienza spirituale, nell’amore, nel dialogo tra le religioni e nella profondità dell’esistenza umana.
Soprattutto il silenzio diventa lo spazio privilegiato per percepire la presenza di Dio. In questo senso, l’Ascensione invita a superare l’attaccamento alle immagini materiali di Gesù per entrare in una relazione più interiore e spirituale con lui. Non si tratta di allontanarsi dal mondo, ma di guardarlo con occhi nuovi. L’Ascensione è quindi un messaggio di speranza. Gesù che ritorna al Padre mostra il destino finale dell’umanità: la comunione con Dio. L’uomo non è destinato al vuoto o alla disperazione, ma a una vita
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piena e luminosa. Per questo i discepoli non restano prigionieri della nostalgia, ma ricevono la forza di continuare il cammino con gioia e coraggio.
§§§ Prospettiva post-teista
É lo stesso racconto evangelico che rifiuta una visione spaziale dell’Ascensione, proponendone invece una simbolica, mistica, cosmica. É una visione nella quale il divino, l’umano e il cosmico sono profondamente intrecciati. Dentro questa prospettiva, l’Ascensione non significa che Gesù abbandona la terra, ma che entra pienamente nella dimensione divina senza cessare di essere presente nell’umanità e nel cosmo. L’Ascensione rappresenta il compimento della manifestazione del Cristo nella storia e il passaggio a una presenza interiore e universale.
Cristo non coincide più con il Gesù storico, anche se Gesù ne è la manifestazione decisiva per i cristiani. Il Cristo è una realtà universale, presente misteriosamente in tutta la creazione e nelle diverse tradizioni spirituali. L’Ascensione indica che il Cristo non resta confinato alla corporeità storica del giovane rabbi della Galilea, ma si manifesta ormai come presenza spirituale universale. Gesù “ascende” perché il Cristo possa essere riconosciuto ovunque.
Questa interpretazione è oltre la concezione dualistica del mondo e non considera più Dio separato dalla terra, ma la dimensione profonda dell’essere, la comunione più piena. Quando il racconto evangelico parla dell’Ascensione di Gesù indica la trasfigurazione dell’uomo e del creato. L’umanità intera viene chiamata a partecipare alla vita divina. Il destino umano non è la fuga dal mondo, ma la divinizzazione della vita. Cristo ascende perché l’essere umano scopra la propria vocazione più profonda: vivere in comunione con Dio, con gli altri e con il cosmo.
L’Ascensione non è un addio malinconico, ma una trasformazione della coscienza religiosa. Gesù non “se ne va”, ma entra nella pienezza del reale e rende possibile una comunione universale. Il simbolo del cielo non è lontano dalla terra, ma ne è la dimensione più profonda, anche se nascosta.Assenza e presenza
Gli undici discepoli andarono in Galilea, sul monte che Gesù aveva indicato. Quando lo rividero, si prostrarono. Essi però dubitarono. Gesù si avvicinò dicendo: «Mi è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra. Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Insegnate ad osservare tutto ciò che vi ho detto. Io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo». (Vangelo di Matteo, capitolo 28, 16 ss).
L’Ascensione di Gesù non è solo un evento straordinario narrato nei Vangeli, ma soprattutto un’esperienza spirituale profonda. Non è una separazione definitiva tra Gesù e i suoi discepoli. E oggi rappresenta la sua presenza interiore. Gesù non “sale al cielo” nel senso materiale del termine. L’immagine del cielo è simbolica: serve a indicare il ritorno di Cristo nella dimensione di Dio. Per questo motivo, l’Ascensione invita i credenti a non fermarsi all’apparenza esterna, ma a cercare la presenza di Gesù nel proprio mondo interiore, nella meditazione, nella vita quotidiana. Questa interpretazione si collega alla sensibilità spirituale contemporanea che scopre le spiritualità e unisce il Vangelo alla pratica del silenzio contemplativo.
Il racconto evangelico vede gli angeli che invitano i discepoli a non restare immobili nel guardare il cielo, ma a tornare sulla terra e continuare la missione. La fede evangelica non è fuga dal mondo, ma responsabilità concreta verso gli altri. Gesù ascende al Padre, ma lascia ai suoi discepoli il compito di testimoniare l’amore, la pace e la compassione.
Con l’Ascensione di Gesù inizia un altro rapporto tra assenza e presenza. Apparentemente Gesù scompare, ma in realtà diventa ancora più vicino all’umanità attraverso lo Spirito Santo. Gesù risorto diventa il Cristo non più limitato a un luogo, a un tempo. Può essere incontrato ovunque, specialmente nel cuore dell’uomo che ascolta con sincerità. Dopo la scomparsa visibile di Gesù, il rapporto con lui diventa interiore e spirituale. Non si tratta di assenza, ma di una forma nuova di presenza. Cristo non è più limitato a un luogo e a un tempo: può essere incontrato nel silenzio, nell’esperienza spirituale, nell’amore, nel dialogo tra le religioni e nella profondità dell’esistenza umana.
Soprattutto il silenzio diventa lo spazio privilegiato per percepire la presenza di Dio. In questo senso, l’Ascensione invita a superare l’attaccamento alle immagini materiali di Gesù per entrare in una relazione più interiore e spirituale con lui. Non si tratta di allontanarsi dal mondo, ma di guardarlo con occhi nuovi. L’Ascensione è quindi un messaggio di speranza. Gesù che ritorna al Padre mostra il destino finale dell’umanità: la comunione con Dio. L’uomo non è destinato al vuoto o alla disperazione, ma a una vita
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piena e luminosa. Per questo i discepoli non restano prigionieri della nostalgia, ma ricevono la forza di continuare il cammino con gioia e coraggio.
§§§ Prospettiva post-teista
É lo stesso racconto evangelico che rifiuta una visione spaziale dell’Ascensione, proponendone invece una simbolica, mistica, cosmica. É una visione nella quale il divino, l’umano e il cosmico sono profondamente intrecciati. Dentro questa prospettiva, l’Ascensione non significa che Gesù abbandona la terra, ma che entra pienamente nella dimensione divina senza cessare di essere presente nell’umanità e nel cosmo. L’Ascensione rappresenta il compimento della manifestazione del Cristo nella storia e il passaggio a una presenza interiore e universale.
Cristo non coincide più con il Gesù storico, anche se Gesù ne è la manifestazione decisiva per i cristiani. Il Cristo è una realtà universale, presente misteriosamente in tutta la creazione e nelle diverse tradizioni spirituali. L’Ascensione indica che il Cristo non resta confinato alla corporeità storica del giovane rabbi della Galilea, ma si manifesta ormai come presenza spirituale universale. Gesù “ascende” perché il Cristo possa essere riconosciuto ovunque.
Questa interpretazione è oltre la concezione dualistica del mondo e non considera più Dio separato dalla terra, ma la dimensione profonda dell’essere, la comunione più piena. Quando il racconto evangelico parla dell’Ascensione di Gesù indica la trasfigurazione dell’uomo e del creato. L’umanità intera viene chiamata a partecipare alla vita divina. Il destino umano non è la fuga dal mondo, ma la divinizzazione della vita. Cristo ascende perché l’essere umano scopra la propria vocazione più profonda: vivere in comunione con Dio, con gli altri e con il cosmo.
L’Ascensione non è un addio malinconico, ma una trasformazione della coscienza religiosa. Gesù non “se ne va”, ma entra nella pienezza del reale e rende possibile una comunione universale. Il simbolo del cielo non è lontano dalla terra, ma ne è la dimensione più profonda, anche se nascosta.