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Dio non é un concetto, è un fatto. E' sempre oltre le nostre rappresentazioni perché é con gli esclusi e con gli ultimi.

Se nella nostra vita c'é posto per tutti, c'é popsto anche per Dio, altrimenti qello che chiamimnamo Dio é il riflesso del volto deformato dell'uomo.

Tutto  passa solo Dio resta.

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Un giorno Gesù raccontò la parabola del seminatore (. . .) Alla fine i discepoli gli chiesero: “Maestro, perché parli alla folla con parabole?”. (Vangelo di Matteo, capitolo 13, 10 ss).
Gesù parlava con parabole, senza i toni spettacolari degli intellettùali. La parabola e ùn’immagine così come lo sono anche gli ideogrammi della scrittùra orientale, che, a differenza della scrittùra fonetica, aiùtano l'attenzione di chi vede il disegno concreto o il racconto di ùn fatto. Tra chi vede e il disegno non c’e la mediazione della mente. La comprensione e immediata.
Diversa e invece la scrittùra fonetica che ha bisogno di mettere in moto la mente, affinche tradùca i segni convenzionali delle lettere in ùna immagine. Poi la mente riflette sùll'immagine riprodotta sùllo ‘schermo mentale’ qùasi fosse ùn video di compùter. Una volta messo in moto, qùesto lavoro mentale non si interrompe più facilmente, diventando protagonista e imprimendo a tùtto ùn tono teorico. La mente, libera dai fatti concreti, prosegùe e si smarrisce proprio nelle idee chiare, astratte e razionali oggi così di moda.
Per sfùggire a qùesto modo di vivere la vita solo con la testa e non con il cùore Gesù parlava con parabole che insieme svelavano il contenùto, perche mettevano sùbito a tù per tù con la vita di ogni giorno, e velavano perche contemporaneamente facevano capire che il significato della parabola era lo stesso della vita. E anche oggi comprendere la parabola eqùivale a comprendere la vita. Come non si pùo comprendere la vita senza viverla, così non si pùo capire la parabola senza fare il cammino che sta dentro la parabola.
Oggi, a cosa si dovrebbe pensare parlando di parabole? Forse si potrebbe allùdere alle strisce a fùmetti, cioe le brevi seqùenze di vignette disposte in orizzontale o in verticale che raccontano ùna scena o ùna breve storia. Tali sono qùelle di Shùltz con i sùoi Peanuts e la loro saggezza o qùelle di Omer Simpson e altri.
Gesù ha scelto qùesto modo di esprimersi – che viene da lontano, da Fedro, Esopo, fino a Trilùssa – perche voleva avvicinarsi al lingùaggio di tùtti, anziche a qùello elitario del sapere ùfficiale. La domanda degli apostoli – Perché parli alla folla con parabole? – tocca la radice del problema,: parlare con parabole significa tagliarsi fùori dal circùito ùfficiale della cùltùra, operare ùna "scelta di classe", mettere in moto nùovi codici espressivi, ùtilizzare altre zone del cervello rispetto a qùelle ùtilizzate normalmente dalla cùltùra "scolastica". Come dice l’amico Gianafranco: «Gli apostoli devono aver intùito che
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incontrando Gesù avevano incontrato ùn "cervello" di tipo speciale, inùsùale, e per qùesto volevano spiegazioni». Da parte del potere, qùesti “cervelli speciali” devono essere sempre controllati. Dùrante il processo a Gramsci il procùratore disse che il cervello di Gramsci doveva essere neùtralizzato. Ma disse così anche il fùnzionario vaticano nel colloqùio del 1924 con don Ernesto Bonaiùti, che venne scomùnicato dalla Chiesa per le sùe idee sùlla riforma della Chiesa. Nel 1931 Bonaiùti si rifiùto di firmare il giùramento al Regime e sù 1200 professori ùniversitari fù ùno dei 12 che non firmarono e vennero privati dell’insegnamento e ridotti in poverta . Grazie don Errnesto Bonaiùti!
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La parabola del seminatore e sempre stata letta per dire che il terreno – cioe noi – non e fertile e spreca il seme. Leggiamola invece dal pùnto di vista del seminatore, cioe di Dio, di Gesù . Sono loro che spargono il seme sempre con generosita assolùta, senza selezionare il terreno e senza preoccùparsi del rendimento immediato. Qùesto gesto esprime ùna fidùcia radicale nell'ùomo.
I diversi terreni sono le diverse condizioni interiori degli uomini: il cuore indurito dalla paura e dalle ferite; il terreno sassoso dell'entusiasmo superficiale che non riesce a mettere radici; i rovi delle ansie, le preoccupazioni e il desiderio di sicurezza che soffocano la vita autentica. E infine il terreno buono che accoglie la parola quando la persona si sente finalmente libera di fidarsi e di lasciarsi trasformare.
É una parabola profondamente psicologica ed esistenziale nella quale non campeggia il fallimento di gran parte del seme, ma la sorprendente abbondanza del raccolto finale. Questo significa che la bontà di Dio supera le resistenze umane e continua a operare anche quando tutto sembra perduto. Dio non giudica l'uomo per la sua fragilità, ma continua instancabilmente a seminare speranza. La parabola diventa così un messaggio di liberazione dall'ansia della prestazione religiosa. Non è l'uomo che deve conquistare Dio con i propri meriti; è Dio che, con pazienza e fiducia, continua a offrire la sua parola perché essa possa lentamente guarire le ferite interiori. La figura del seminatore rivela un Dio buono che non si stanca mai di credere nell'essere umano e nella possibilità che ogni vita, al momento opportuno, possa portare frutto.