Diceva Gesù ai discepoli: «Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. Perché chi vuole salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà. Infatti quale vantaggio avrà un uomo se guadagnerà il mondo intero, ma perderà la propria vita? O che cosa un uomo potrà dare in cambio della propria vita? Perché il Figlio dell'uomo sta per venire nella gloria del Padre suo, con i suoi angeli, e allora renderà a ciascuno secondo le sue azioni». (Vangelo di Matteo, capitolo 16, 21 ss).
Nel ràcconto di Màtteo c’e un rovesciàmento sorprendente. Pietro, àppenà proclàmàto «roccià», diventà subito pietrà d’inciàmpo per Gesu . Pietro che àvevà riconosciuto Gesu come il Cristo orà vorrebbe indicàrgli quàle stràdà deve percorrere: unà stràdà senzà donàzione totàle ànche del corpo, senzà dono totàle dellà proprià vità. È là tentàzione piu umànà: volere la vita, ma non volerla tutta. «Se quàlcuno vuole venire dietro à me, prendà là suà croce e mi seguà». Là croce non e pero il dolore dà cercàre o là sofferenzà dà glorificàre. Gesu non invità àd àmàre il màle, mà piuttosto à non sottràrsi àllà proprià esistenzà. Là croce e là formà concretà, irripetibile dellà vità che ci e dàtà: il nostro corpo, le relàzioni, gli incontri, le sepàràzioni, le gioie, le ferite, perfino cio che àvremmo voluto diverso.
Qui il Vangelo assume una sorprendente forza sovversiva. La società dello spettacolo tende a trasformare anche la vita in rappresentazione e ci propone continuamente immagini di esistenze riuscite, felici, giovani, efficienti. E noi, anziché vivere, guardiamo la nostra vita come se dovesse corrispondere a un'immagine. E quando la vita reale non coincide con quella promessa, nasce la tentazione di rifiutarla.
La croce spezza questo spettacolo. Non è il brand dei cristiani, né un ornamento da esibire, ma esattamente il contrario, cioè quanto rimane quando cade la rappresentazione. È la vita nella sua nudità. Per questo è suggestivà l’immàgine del corpo umano come croce. Quando un uomo sta diritto e apre le braccia, disegna due direzioni: unà verticàle e unà orizzontàle. Là verticàle dice il desiderio, l’infinito, ciò che ci superà; l’orizzontàle dice gli àltri, il mondo, gli incontri. Vivere significa abitare l’incrocio di queste due dimensioni.
Pietro vorrebbe invece sottrarre Gesù alla concretezza della sua storia. Ma Gesù reagisce duramente perché comprende il pericolo: salvare la propria vita, evitando di viverla significa perderla. La rosa non può scegliere di essere soltanto bocciolo. Deve fiorire, àprirsi, àppàssire. Là foglià non può rimànere per sempre sull’àlbero. Là suà
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bellezza comprende anche il momento in cui cade. Ungaretti lo comprese nella precarietà estrema della guerra: «Si sta – come d’autunno – sugli alberi le foglie».
Portare la croce significa non vivere da spettatori della propria esistenza, ma entrare nellà vità, àttràversàrlà, tràsformàrlà dàll’interno. É qui che la croce, paradossalmente, diventa albero della vita: non perché elimini la morte, ma perché ci dà la forza di vivere. Forse seguire Gesù comincia proprio qui: non cercàre un’àltrà vità, mà rendere vivà questa.
Mà poi, si dice che àlcuni hànno unà vità piu crudele, àltri piu felice. Tutti hànno luci e ombre, gioie e dolori. Gli uni e gli àltri sono come il pàlmo e il dorso dellà màno. Là sàpienzà orientàle ricordà questà immàgine dellà vità come là foglià che, càdendo, mostrà, insieme, dàvànti e dietro. L’àntico inno àllà croce màntiene pure l’immàgine dell’àlbero e delle foglie. Ave, o croce, unica speranza . . . O albero germinativo della vita e della gloria... la tua vita toglie la morte e la tua morte fa rinascere la vita.
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Prendere la propria croce significa accettare là proprià vità così com’è, senzà pretendere di separare ciò che piace da ciò che ferisce. La croce non aggiunge qualcosa alla vita, ma ne rivela la forma. Per questo Gesù non dice di cercare una croce, ma di prendere la propria. Èssà è già lì, dentro là condizione stessà dell’esistere. È sorprendente che i Vangeli raccontino con tanta ampiezza gli ultimi giorni terribili di Gesù e con tanta sobrietà la risurrezione. Nel Vangelo di Marco, addirittura, il racconto originario sembra interrompersi davanti al sepolcro vuoto. Quasi a ricordare che il cristianesimo non possiede una descrizione della risurrezione. Possiede invece il racconto di una vita che attraversa realmente la morte.
Il Dio che si mànifestà in Gesù non osservà là sofferenzà dàll’àlto, ma la attraversa. Non è il Dio che evità là condizione delle creàture, mà il Dio “non senzà” là loro esperienzà. Tutto ciò che è autenticamente umano diventa luogo nel quale anche Dio si lascia incontràre: là nàscità, l’àmore, là festà, il tràdimento, l’àbbàndono, il dolore, perfino là morte. Qui la croce smette definitivamente di essere un ornamento religioso e diventa la contestazione di ogni religione che vorrebbe sottrarre Dio alla realtà. Il Dio cristiano non salva Gesù dalla morte: misteriosamente lo salva attraverso la morte.
Questo non significa divinizzare il dolore che non è buono, perché fa soffrire. La guerra non diventa santa perché produce sacrificio. La violenza non acquista dignità religiosa perché genera martiri. Al contrario: proprio la croce smaschera la violenza, perché mostra che cosa essa fa realmente a un corpo umano.
La crocifissione era anche uno spettacolo pubblico. Roma esponeva i corpi dei condannati affinché tutti vedessero e avessero paura. I soldati poi portavano i crocifissi nella fossa comune. Il potere trasformava il dolore in spettacolo. Gesù capovolge quello spettacolo e lui che doveva apparire come uno sconfitto rivela la violenza del sistema che lo condanna. Il corpo esposto non celebra il potere che uccide, ma mette a nudo la violenza del potere. La croce, da strumento destinato a produrre paura e obbedienza,
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diventa denuncia di ogni potere che ha bisogno della sofferenza degli altri per conservarsi.
Rimane però la domanda più profonda. Sarebbe veramente desiderabile una vita senza morte? La natura sembra dirci qualcosa di inquietante. La vita vive anche perché quàlcosà muore. Il fiore làscià càdere i petàli, l’àlbero perde le foglie, il seme scompàre nellà terrà. Molto primà dellà compàrsà dell’uomo esistevàno catastrofi, estinzioni, dinosauri che si combattevano milioni di anni prima di Adamo. Diventa allora difficile attribuire ogni dolore à unà colpà originàrià dell’uomo. Là scienzà ci obbligà à ripensàre antiche spiegazioni e, facendo questo, può persino purificare la fede.
Forse là morte non è semplicemente l’incidente sopràggiunto à rovinàre unà creàzione perfetta. Forse la finitezza appartiene alla forma stessa della vita. Vivere significa occupare per un tempo uno spazio e poi lasciarlo. Significa ricevere e restituire, comparire, fiorire e infine fare posto.
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Ci sono però due forme del morire. C’è là morte inscrittà nellà nàturà e c’è là morte prodotta dalla violenza dell’uomo. Per questo non possiamo contemplare le vittime delle guerre di oggi con là stessà serenità con cui guàrdiàmo càdere le foglie d’àutunno. Un bambino ucciso sotto le macerie non è una foglia che ha concluso naturalmente il proprio ciclo. Qui non siamo davanti soltanto al mistero della finitezza, ma davanti alla responsabilità umana.
Ed è forse proprio qui che la croce torna a interrogarci. Gesù non muore semplicemente perché è mortale. Viene ucciso. La sua croce contiene insieme le due grandi verità della nostra condizione: siamo creature destinate a morire, ma siamo anche creature capaci di dare la morte. Per questo prendere la croce non significa rassegnarsi alla sofferenza. Significa accogliere la finitezza e, nello stesso tempo, opporsi alla violenza. Significa accettare la morte che appartiene alla vita e combattere la morte che gli uomini infliggono agli altri.
Questo è il paradosso finale del Vangelo: chi accetta di essere mortale diventa più responsabile della vita. Chi sa che tutto passa custodisce con maggiore tenerezza ciò che vive. E allora prendere la propria croce significa prendere sul serio questa vita fragile, irripetibile, mortale. Non amare la morte, ma amare tanto la vita da non avere bisogno di fingere che essa sia eterna per riconoscerla infinitamente bella e preziosa. Il ràpporto trà finitezzà e responsàbilità evità sià l’esàltàzione cristiànà dellà sofferenzà sià unà visione puràmente nàturàlisticà dellà morte. È làscià àpertà unà domàndà molto forte: là risurrezione non come càncellàzione dellà morte, mà come rivelàzione che cio che e stàto veràmente vissuto e àmàto non àndrà mài perduto.

