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“Non chi dice Signore Signore entrerà nel regno dei cieli, ma chi fa la volontà del Padre”. Dobbiamo passare dall’ortossia alla prassi. Resta più importante il retto modo di agire che il retto modo di credere. È questione di coerenza!

Tutto passa solo Dio resta.

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I fiori della primavera, il canto del cuculo d’estate, i colori dell’autunno.
«A voi sarà tolto il regno di Dio e sarà dato a un popolo che ne produca i frutti» (Matteo, 21,33 ss)


Colpisce la violenza della parabola dei vignaioli omicidi. Un uomo pianta una vigna, la circonda con unà siepe, vi scàvà un torchio, costruisce unà torre e infine l’àffidà à dei vignàioli. Poi pàrte. Quando arriva il tempo dei frutti manda i suoi servi a raccoglierli, ma i vignaioli li percuotono e li uccidono. Il padrone ne manda altri e accade la stessa cosa. Alla fine manda il proprio figlio, pensando: «Avranno rispetto per mio figlio». Mà proprio là compàrsà dell’erede scàtenà il gesto estremo: «Costui è l’erede. Su, uccidiamolo e avremo noi la sua eredità». È il momento più drammatico della parabola. Il figlio non arriva con un esercito, ma disarmato, nella sua vulnerabilità. È l'erede, ma i vignaioli lo vedono soltanto come l'ultimo ostacolo tra loro e il possesso della vigna: «Uccidiamolo e avremo noi la sua eredità». È la logica estrema della appropriazione: eliminare l'altro per possedere ciò che, senza l'altro, perde il proprio significato.
È una parabola terribile perché descrive qualcosa che va oltre un semplice delitto. Descrive un delirio di appropriazione. I vignaioli non sono entrati abusivamente nella vigna, ma erano stati chiamati dal padrone che aveva affidato a loro quella vigna perché la coltivassero e ne raccogliessero i frutti. La loro tragedia comincia quando, dimenticando questa condizione originaria di essere solo degli affidatari, incominciano a considerarsi proprietari. Quanto avevano ricevuto diventa possesso, quanto era stato loro affidato diventa proprietà e quanto avrebbe dovuto essere condiviso diventa esclusivo.
Il peccato dei vignaioli comincia precisamente qui: non vogliono più vivere nella vigna; vogliono averla in proprietà. La differenza sembra piccola, ma realtà è immensa. La vigna è la vita, il padrone è quel grande mistero dell'esistenza che Gesù insegna a chiamare Padre nostro e noi i vignaioli. Noi, entrando in un mondo che non abbiamo costruito troviamo la terra, gli alberi, l'acqua, gli animali, altri esseri umani. Troviamo lingue che non abbiamo inventato, case costruite da altri, conoscenze accumulate da generazioni, affetti che ci precedono. Persino il nostro corpo ci è consegnato senza che lo abbiamo richiesto. Tutto ciò che rende possibile la nostra esistenza viene prima di noi, eppure può nascere l'illusione che tutto è mio: la terra, la casa, il denaro, la vigna, i frutti. Persino il tempo diventa il mio tempo, gli altri possono diventare le mie persone. Persino Dio può diventare il mio Dio, contrapposto al Dio degli altri.
È il passaggio dall'esperienza alla proprietà capitalistica e a una società nella quale il rapporto vivo con il mondo viene progressivamente sostituito dalla accumulazione, dalla merce e dal possesso. Non basta più vivere qualcosa, ma bisogna averla; non basta abitare il mondo, ma bisogna possederne una parte; non basta godere della vita, ma occorre trasformarla in patrimonio, prestigio, rendita, immagine sociale. La vita tende a presentarsi come una gigantesca accumulazione di merci, nella quale il valore delle cose non consiste più nella possibilità di viverle, ma di possederle e mostrarle. Alla povertà del vivere corrisponde così l'abbondanza dell'avere. I vignaioli della parabola sono già dentro questa logica, poiché hanno trasformato una relazione in proprietà, e persino la siepe cambia significato; il padrone l'aveva costruita per custodire la vigna, ma qui la siepe si trasforma in frontiera: noi siamo dentro, voi siete fuori.
Anche la religione conosce questa tentazione nella quale una storia nata per custodire un'esperienza può convincersi di possedere quell'esperienza, i simboli nati per indicarla diventano proprietà privata e l'appartenenza si trasforma in privilegio. É allora che la siepe costruita per custodire la vigna viene utilizzata per impedire agli altri di entrarvi. Questo è il punto nel quale una religione rischia di diventare spettacolo di sé stessa, conservando solo più le forme attraverso le quali dovrebbe indicare qualcosa che la supera e finisce per contemplare e difendere le proprie forme. I simboli non rimandano più oltre sé stesso, diventando il proprio contenuto, e l'istituzione, nata per servire un'esperienza, finisce per difendere solo più la propria riproduzione.
La parabola di Gesù opera allora un autentico ribaltamento prendendo le categorie conosciute – la vigna, il popolo eletto, l'eredità, i frutti – e le rovescia. La vigna non apparterrà più a coloro che pensano di possederla, ma a chi la farà vivere. Per questo la frase conclusiva è così dura: «A voi sarà tolto il regno di Dio e sarà dato a un popolo che ne produca i frutti».
Queste parole, tuttavia, richiedono oggi una particolare attenzione e non possono essere trasformate in una condanna del popolo ebraico né nella teoria di una sua sostituzione da parte di un nuovo popolo privilegiato. Sarebbe paradossale leggere la parabola contro il privilegio trasformandola nella fondazione di un altro privilegio. Il bersaglio narrativo di Matteo è la pretesa di possedere la vigna, non l'identità etnica di un popolo. La critica attraversa ogni istituzione religiosa, compresa quella cristiana, ogni volta che essa confonde l'affidamento con il possesso. Nessuno può dire: ora la vigna è nostra. Se lo dicesse, la parabola ricomincerebbe da capo.
La vera opposizione evangelica non passa allora tra ebrei e pagani, tra credenti e non credenti, tra appartenenti e lontani. Passa tra chi vuole possedere la vita e chi accetta di riceverla. Da questo punto di vista acquistano significato molti incontri di Gesù con coloro che si trovavano fuori dai confini religiosamente garantiti: il centurione, la donna cananea, i pubblicani, le prostitute, i peccatori. Gesù sposta continuamente le frontiere e dove qualcuno traccia una linea per stabilire chi sia dentro e chi sia fuori, egli sembra domandare: quali sono i frutti? Il criterio non è più il privilegio dell'appartenenza, ma la fecondità della vita. Il proverbio orientale lo esprime con un'immagine bellissima: quando le spighe di riso sono cariche di chicchi tutte abbassano la testa; quella che rimane diritta sopra le altre è la spiga vuota. La fecondità produce umiltà e il vuoto, invece, ha bisogno di esibirsi.
L’immagine del proverbio orientale possiede qualcosa di profondamente provocatorio per l’àttuàle società che ha solo bisogno di visibilità. Non sono questi i bisogni della vita, quali quelli di un albero che produce frutti senza pubblicizzarli, di un fiore che fiorisce senza sapere di essere guardato, del sole che sorge senza chiedere spettatori, del cuculo che canta senza costruire la propria immagine. Anche la vita intera non ha bisogno di mettersi in scena per essere viva. C’è un altro stile possibile per stare nella vigna non da proprietari, ma da ospiti, ed è quello di ricordare che non siamo arrivati per primi e non saremo gli ultimi. Altri hanno lavorato prima di noi, altri verranno dopo e il nostro compito non è di impadronirci della vigna, ma attraversarla lasciandola possibilmente più abitabile. Un altro proverbio africano lo ricorda: «non abbiamo ricevuto la terra in eredità dai nostri padri; l'abbiamo presa in prestito dai nostri figli».
Questa prospettiva rovescia uno dei miti più potenti della modernità: quello della crescita illimitata e della vigna che deve produrre sempre di più, con più merci, più consumi, più velocità, più prestazioni, più bisogni. Persino ciò che ieri era sufficiente oggi deve essere sostituito, non perché non funzioni più, ma perché il sistema ha bisogno che diventi vecchio. Il mercato non ci ordina soltanto di consumare oggetti, ma ci propone continuamente immagini di ciò che dovremmo essere, convincendoci che la nostra vita sia incompleta e che dobbiamo aggiungere un'altra esperienza, un altro viaggio, un altro oggetto, un'altra prestazione. La vigna non è più il luogo nel quale vivere, ma una macchina da mettere a rendimento che ci chiede quanto avete accumulato, e non quali frutti ha prodotto il vostro passaggio nella vigna.
La parabola introduce quindi una domanda scandalosamente semplice: chi produce i frutti? Qui il Vangelo rompe la logica quantitativa, poiché il frutto non coincide necessariamente con l'accumulazione, ma può essere una relazione custodita, una sofferenza accompagnata, un figlio cresciuto, un amico ascoltato, una bellezza contemplata, un pezzo di mondo lasciato intatto. La vera rivoluzione evangelica consiste nel restituire la vita alla vita. E per questo non tutto deve essere trasformato in merce e produrre profitto. Esistono esperienze il cui significato consiste semplicemente nell'essere vissute come il camminare nel bosco, il fare una festa senza produrre nulla, il vivere un incontro.
È qui che il viandante diventa figura alternativa al vignaiolo proprietario, poiché il proprietario delimita e accumula, mentre il viandante attraversa e sa che la strada non gli appartiene e che il paesaggio esisteva prima del suo arrivo e continuerà dopo la sua partenza. Egli porta con sé quanto basta e proprio per questo può vedere ciò che chi è ossessionato dal possesso non vede più. Il viandante realizza così, senza proclamarla, una piccola insurrezione, recuperando l'esperienza immediata, camminando invece di consumare immagini del cammino e guardando invece di fotografare ogni cosa per dimostrare di averla vista. Il viandante abita il tempo invece di riempirlo.
Il Regno di Dio evocato da Gesù possiede qualcosa di questa gratuità, non essendo una proprietà religiosa o un premio riservato ai membri di un'organizzazione, ma un modo differente di stare nella vigna. Per questo i vignaioli omicidi della parabola sono tragici, poiché per impossessarsi della vigna hanno finito di perderla e con la vigna perdere il paesaggio, la siepe, i frutti. Gesù racconta così la follia di ogni sistema che sacrifica la vita per impossessarsi della vita. E qui la parabola diventa una domanda rivolta direttamente a noi: che cosa stiamo facendo della vigna? Possiamo attraversarla come proprietari oppure come ospiti, accumulare frutti oppure condividerli. Nessuno resterà per sempre nella vigna, e questa è la verità che il viandante conosce fin dall'inizio.
Tutto è passaggio e soglia, anche la vigna. Forse resteranno alcuni frutti che altri raccoglieranno senza neppure conoscere il nostro nome. E allora le parole del monaco e poeta Ryōkàn Tàigu possono diventàre il commento più semplice e ràdicàle àllà pàràbolà. Allà domanda su che cosa rimanga, il viandante non presenta un elenco dei propri possessi, ma lascia soltanto la memoria di ciò che ha visto e vissuto: la vita: i fiori della primavera, il canto del cuculo d'estate, i colori dell'autunno. Forse la vigna in questo spazio/tempo presente era tutta qui. E noi, occupati a diventarne proprietari, rischiavamo di non accorgercene.
Mi scuso se da alcuni mesi i pensieri del venerdì si sono trasformati, divenendo più lunghi, più complessi e, secondo alcuni amici, un piccolo trattato di teologia. È vero: un piccolo trattato, ma di teologia evangelica. È una esigenza anche mia di capire quale è il cuore del messaggio annunciato da Gesù e quale è il Regno di Dio che dobbiamo cercare di abitare oggi. Sarà necessario anche studiare, leggere, capire. E poi realizzare.