Il primato della coscienza.La necessità della norma.Verso un'etica della responsabilità.
II modello etico, che ha avuto il sopravvento nella tradizione cristiana - a partire dal sec. XVII - e che ha informato di sé la catechesi e l'amministrazione del sacramento della "confessione", era prevalentemente incentrato sull'attenzione ai singoli atti e sulla verifica della loro conformità o difformità rispetto alla legge(Don Giannino Piana)
Tale modello finiva per "reificare" l'agire umano, riducendolo alla pura prestazione materiale, e per "atomizzarlo", concependolo come un succedersi di atti senza rapporto tra loro e soprattutto avulsi dal contesto complessivo della vita personale. La "morale degli atti" era una morale orientata esclusivamente a far luce sul dato oggettivo, preoccupata unicamente di salvaguardare la legge, e perciò incapace di cogliere lo spessore profondo dell'agire umano, le sue risonanze soggettive, il legame che esso necessariamente intrattiene con il mondo inferiore dell'uomo. La casistica diventava lo strumento privilegiato mediante il quale si tendeva a produrre tale obiettivazione, riducendo di fatto la vita morale ad una sorta di adeguamento passivo ad un elenco indefinito di normative, espresse per lo più in termini negativi e minimalistici, con il risultato della caduta nel legalismo e nel formalismo farisaico. A mettere in crisi questa impostazione ha contribuito nell'ambito della cultura moderna il progressivo affermarsi della centralità del soggetto. La ricerca filosofica - dalla svolta kantiana in poi - ha incentrato sempre più l'attenzione sul mondo della soggettività, fino a negare lo stesso dato oggettivo; le scienze umane - soprattutto quelle psicologiche - si sono sempre più addentrate nell'analisi dei meccanismi e delle dinamiche che sono alla radice del vissuto umano; la stessa antropologia di ispirazione cristiana è venuta riscoprendo il carattere "misterico" della persona, la sua unicità e irripetibilità, strettamente connessa alla sua vocazione, al suo essere il frutto di una chiamata singolare da parte di Dio. Tutto ciò all'intemo di un contesto sociale e politico, nel quale - grazie alla caduta dei sistemi autoritari e all'avvento delle democrazie - veniva assumendo un ruolo fondamentale la problematica dei "diritti umani". L'approccio all'agire morale tende di conseguenza, ai nostri giorni, a spostarsi dall'attenzione privilegiata verso l'aspetto oggettivo-materiale alla riflessione sugli aspetti più propriamente personali, dalla vivisezione degli atti all'interpretazio-ne dei comportamenti e degli atteggiamenti fino alla "comprensione" del progetto di vita del soggetto. Il passaggio da una considerazione astratta dell'uomo come "in sé", definito una volta per tutte, ad una considerazione più esistenziale e storica sulla "condizione umana", in quanto segnata dalla "cultura", concorre ad accentuare questo processo, mettendo con forza l'accento sull'importanza determinante della soggettività in ordine alla valutazione morale. Questa nuova prospettiva non è esente da rischi. Si pensi al pericolo del soggettivismo e del relativismo, dell'abbandono, in altri termini, di ogni riferimento oggettivo per fare spazio ad una morale della pura intenzione o ad un modello radicalmente storicizzato, perciò destituito di qualsiasi ancoramento a valori assoluti, validi per ogni situazione umana e per ogni momento storico. Tuttavia il superamento di questi rischi non deve condurre alla negazione della prospettiva personalistica, bensì allo sforzo di una sua corretta elaborazione nel segno di una efficace e dinamica mediazione tra soggettività ed oggettività. È quanto cercheremo di evidenziare in queste brevi annotazioni, che, assumendo pienamente la svolta in corso, tendono a focalizzare il necessario rapporto tra coscienza e norma morale, al fine di fornire criteri adeguati per la formulazione di un giudizio corretto circa l'agire umano.
Il primato della coscienza
L'agire dell'uomo deve anzitutto essere considerato come concreta espressione della sua ricerca di autorealizzazione. L'essere persona è per l'uomo un dato ontologico, originario, aperto al suo pieno inveramento. Persona si nasce e si diventa mediante la costruzione della propria personalità. L'identità soggettiva è una conquista faticosa, frutto dell'assunzione delle potenzialità positive inscritte nel proprio essere e della loro esplicitazione nel cammino di una crescita permanente. L'agire è l'ambito nel quale l'uomo estrinseca il proprio progetto di esistenza e all'interno del quale si appropria di ciò che è e si orienta verso ciò che vuole essere. Tutto ciò avviene, ovviamente, nel contesto di una storia di relazione con gli altri e con il mondo, che segna profondamente di sé la percezione dell'identità e ne condiziona - in positivo e in negativo - lo sviluppo. Ma al di là dei condizionamenti - più o meno consistenti, a seconda della struttura personale e dei contenuti sociali e culturali - vi è pur sempre il mondo intcriore del soggetto che guida la ricerca del proprio compimento. Il senso ultimo dell'agire umano, da cui scaturisce la sua essenziale eticità, deve perciò essere addebitato alle intenzioni che animano la vita dell'uomo, al progetto di autorealizzazione che muove le sue scelte e che si esprime solo parzialmente negli atti. La coscienza, in quanto centro profondo della persona, luogo in cui l'uomo si autocomprende e decide di sé, è dunque la sede ultima della moralità. Soltanto a partire da essa è infatti possibile cogliere lo spessore dell'agire, il significato ultimo che esso riveste e, di conseguenza, la ricchezza degli elementi che entrano in gioco. Ma non ci si deve ingannare. La coscienza umana, pur essendo fondamentalmente unitaria, in quanto espressione dell'unicità della persona, è, al tempo stesso, articolata e complessa. In essa convergono i diversi fattori costitutivi della vita dell'uomo e su di essa si proiettano i vari influssi educativi ed ambientali, nonché i condizionamenti della cultura e della società. La coscienza è la "voce" della totalità della persona, che è corpo e spirito, immersi in una storia concreta e da essa circoscritti nel loro essere e nel loro divenire. Essa riflette pertanto al proprio interno i meccanismi dell'istinto, le dinamiche dello sviluppo psichico della personalità, le influenze positive e/o negative dell'ambiente esterno; in essa si incrociano le facoltà superiori dell'uomo (intelligenza e volontà) e l'azione dello Spirito che lo sospinge alla comprensione e all'attuazione del progetto di Dio. La decisione morale, che ha origine nella coscienza, è dunque la risultante della combinazione di diversi fattori, ciascuno con un suo specifico ruolo, senza che si possa per questo negare l'incidenza decisiva della libera scelta umana. La percezione che l'uomo ha di sé come soggetto unico ed irripetibile - percezione che ha luogo nel centro profondo della propria personalità - gli consente di decidere del suo destino, di porre cioè in atto quella scelta di fondo che è scelta tra il bene e il male, tra l'accoglienza dello Spirito e il suo rifiuto, e di costruire, a partire da essa, il proprio itinerario di crescita. L'agire umano trova qui il suo senso ultimo, la sua radicale verità. In quanto agire del soggetto riceve da lui il suo valore ultimo. Il mio agire è infatti quello che appartiene al mondo intcriore delle mie intenzioni, che ha cioè la sua radice negli atteggiamenti che lo animano e, più radicalmente, nel progetto di vita che mi guida e che, più o meno correttamente, viene estrinsecandosi nei miei atti. Vi è dunque uno scarto, mai totalmente colmabile, tra gli atti e il loro significato umano, la cui portata è data dal rapporto che essi hanno con il mondo della soggettività, con i dinamismi interiori della vita umana. Di qui il primato della coscienza nella vita morale, l'esigenza cioè di ricorrere ad essa per valutare, in definitiva, l'eticità del comportamento. Senza dimenticare peraltro la necessità di una sua continua formazione, del continuo sforzo di esercitare il discernimento e di lasciarsi guidare dalla forza dello Spirito, resistendo alle pressioni negative, sia interne che esterne, per rivolgersi alla pienezza del bene.
La necessità della norma
La doverosa sottolineatura del primato della coscienza non ci esime, tuttavia, dall'esigenza di porre nel giusto rilievo la necessità della norma. Il pericolo del soggettivismo non è infatti legato al riconoscimento della centralità della coscienza, ma piuttosto al fraintendimento della sua struttura profonda e, più ancora, ad una visione unilaterale dell'essere dell'uomo. La riduzione della moralità all'intenzionalità soggettiva è la conseguenza di un'antropologia disincarnata, che riduce l'uomo a puro spirito e ad essere individuale. L'uomo, in quanto persona, è invece caratterizzato dalla compresenza di corporeità e di spirito ed è costituzionalmente soggetto di relazioni. La coscienza dell'uomo è perciò una coscienza "situata" e soprattutto una coscienza relazionale. D processo di autorealizzazione del soggetto si sviluppa nel quadro di una rete complessa di relazioni - al mondo, alla storia, agli altri e a Dio - che ne orientano concretamente il cammino. La stessa appropriazione dell'identità si attua mediante lo sviluppo di rapporti con gli altri nel contesto di istituzioni storicamente determinate, perciò dentro una società e una cultura. È come dire che la realizzazione di sé è strettamente legata alla realizzazione dell'altro; che il riconoscimento della propria dignità è strettamente dipendente dal riconoscimento della dignità dell'altro, cioè dal rispetto della sua persona. Da questo reciproco riconoscimento ha origine la vita morale, il cui fondamento deve essere allora rintracciato nella virtù della giustizia, in quanto affermazione del diritto di ogni persona ad essere considerata e trattata come tale (uni-cuique suum). La giustizia è il valore oggettivo che sta alla base di ogni corretto comportamento etico. Da esso discendono gli altri valori, i quali fanno riferimento ad altrettanti inalienabili diritti della persona: la vita, la verità, il possesso dei beni necessari alla propria crescita, l'uso positivo della sessualità, ecc. Nella prospettiva cristiana il valore della giustizia è pienamente assunto e, al tempo stesso, trasceso dalla virtù della carità. L'ottica della giustizia è infatti ancora un'ottica prevalentemente negativa ("Non fare all'altro quello che non piace sia fatto a, tè"), mentre la carità è un prendersi a cuore il bene dell'altro fino a fare dono di se stessi. La giustizia-carità, che costituisce per il credente il valore-guida della vita morale, deve estrinsecarsi in norme concrete di comportamento. L'essenziale storicità della persona e delle relazioni umane è la ragione della necessità di incarnare il valore non solo nei valori, ma in modelli comportamentali storicamente situati, capaci cioè di interpretare le domande derivanti dalle diverse situazioni umane. In quanto essenzialmente connotata dalla corporeità, la persona vive nello spazio e nel tempo ed è chiamata a rendere trasparente i valori nel concreto del vissuto umano. La norma è la codificazione del valore; è il tentativo di fargli prendere forma nei diversi contesti umani, perché permei di sé l'esistenza. La necessità della norma è dunque fondata su una visione realistica dell'uomo come essere che vive nel mondo e che in esso è chiamato a portare a compimento il proprio progetto di vita. Le norme morali non hanno perciò origine in un universo astratto, separato dalla vita della persona e dalla ricerca della sua realizzazione, ma scaturiscono direttamente da un'esigenza intrinseca alla persona come soggetto relazionale. Il dualismo tra momento soggettivo e momento oggettivo dell'eticità è in tal modo superato, non attraverso la negazione di uno dei due aspetti, ma attraverso la loro riconduzione in unità. La persona sta all'inizio e alla fine della vita morale; è il dato ontologico su cui essa si fonda ed è, insieme, il fine verso cui essa tende. L'intersoggettività, che strutturalmente la costituisce, rende ragione non solo del necessario appello ai valori, ma anche della loro estrinsecazione in precisi assetti normativi. Il passaggio dal valore (giustizia-carità) ai valori e dai valori alle norme - per quanto assolutamente indispensabile - rappresenta tuttavia una sorta di delimitazione di campo. La norma, in quanto precipitato storico del valore, ha di sua natura un carattere di parzialità e di provvisorietà. Essa non esaurisce infatti tutta la ricchezza del valore, che ha sempre un'estensione maggiore ed una maggiore profondità; ma soprattutto essa tende a circoscriverlo all'interno di un determinato momento storico, non consentendo, per ciò stesso, la immediata applicazione ad altri momenti. La coscienza dell'uomo è pertanto chiamata a lasciarsi di continuo verificare dai valori e, più radicalmente, dal valore, non attestandosi in termini esclusivi al livello delle norme, ma sapendone cogliere la permanente inadeguatezza e percependo l'esigenza di un loro continuo adattamento alle situazioni al fine di vivere una sempre più profonda fedeltà verso i valori, nel quadro di un processo di assimilazione esistenziale delle istanze in essi contenute.
Verso un'etica della responsabilità
Primato della coscienza e necessità della norma trovano la loro perfetta coniugazione in un'etica della responsabilità. La vita morale del cristiano è risposta alla propria vocazione; è scoperta della propria unicità in vista dell'assunzione di un impegno preciso verso gli altri e verso il mondo. I doni ricevuti configurano infatti l'orientamento della missione che si è chiamati a svolgere. Il che significa che l'agire morale è strutturalmente contrassegnato dalla responsabilità personale e sociale da esercitare nella storia. La valutazione del comportamento deve dunque avvenire nel quadro di un'armonica compenetrazione dei livelli secondo i quali si articola il fatto etico. La domanda morale è, in ultima analisi, rivolta alla coscienza della persona (che cosa io devo fare); ma la risposta a tale domanda non può prescindere dal necessario riferimento al quadro dei valori e al valore che tutti li riassume (per vivere la giustizia-carità) e dall'appello alle norme che storicamente li codificano (qui e ora). La responsabilità morale è responsabilità di un soggetto, che deve aderire, in maniera del tutto personale, alla propria vocazione, accogliendo il progetto og-gettivo dei valori e incarnandoli nel tempo. L'eticità è data dalla corretta interazione tra questi diversi livelli (valori, norme, coscienza) che configurano, nel loro rapporto, il senso complessivo della vita morale. La coscienza cristiana, guidata dallo Spirito ma consapevole insieme del peso dei dinamismi biologici e dei condizionamenti sociali e culturali, deve lasciarsi di continuo convenire dalla Parola di Dio, sorgente inesauribile dei valori, e deve, al tempo stesso, verificare se stessa all'interno della comunità cristiana, cui è deputato il compito, sotto la guida del Magistero, di interpretare i segni del tempo e di rintracciare le norme concrete, che rendono storicamente vivibili i valori del regno. Il discernimento morale è un compito permanente, inesauribile. Occorre tuttavia non dimenticare che il criterio ultimo in base al quale esso va operato è quello della carità. Essa costituisce infatti per il credente il valore assoluto, la scelta fondamentale che è alla radice del progetto cristiano di vita e il metro decisivo dello stesso giudizio divino. La necessaria attenzione ai valori e alle norme non può diventare un comodo alibi per eludere ciò che è, in definitiva, essenziale. La valutazione del proprio comportamento deve avvenire risalendo dagli atti agli atteggiamenti fino a raggiungere il progetto complessivo che dietro ad essi si cela. La carità si colloca infatti a questo ultimo livello. Essa non consiste nel "dare qualcosa", fosse pure tutto quello che si ha, ma nel "dare se stessi", cioè tutto quello che si è. È, in altri termini, amore individuo di Dio e dei fratelli, che ha come sorgente la spinta all'autodonazione di sé e che si incarna in gesti quotidiani di servizio al prossimo e di rendimento di grazie al Padre. La morale della responsabilità ha qui la sua radice e ricupera a partire di qui il suo vero senso. Solo nel dono totale di sé si rende trasparente l'essere profondo della persona e l'orientamento fondamentale secondo il quale è chiamata a realizzarsi. Ma soprattutto solo in questa prospettiva trova la sua verità ultima il paradosso evangelico, che comanda l'esistenza cristiana: "Chi perde la propria vita la riconquisterà".
INDICAZIONI BIBLIOGRAFICHE
AA.VV., Educazione morale oggi (a cura di F. Alberich), LAS, Roma 1983. AA.VV., Trattato di etica teologica, voi. 1: II fenomeno morale, ed. Dehoniane, Bologna 1981. R. GINTERS, Valori, norme e fede cristiana, Marietti, Casale Monferrato 1982. J.C. SAGNE, Per un'etica del cambiamento. Ed. Paoline, Roma 1975.
